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La vita quotidiana di una giovane mamma di cinque figli

La festa della mammma

Vado a prendere Kiko oggi a scuola e come sempre ho paura di incrociare la maestra in corridoio. Sguardo basso e  camminata veloce non bastano a dissimularmi:

“Madame Salazar! Bonjour”

“Bonjour Juf Reyn…..tutto bene?”

“Tutto bene, grazie, le volevo solo dire che Kiko oggi si è rifiutato ostinatamente di preparare il regalino per la festa della mamma. Si tratta di un cuore di cartone su cui deve scrivere -Mamma ti voglio tanto bene-”

Accidenti, penso dentro di me  un po’ dispiaciuta.

“Mah…diciamo che lo posso capire…sa, forse essendo un maschietto…non voleva scrivere frasi un po’ sdolcinate….” cerco di giustificarlo davanti alla maestra ed al mio cuoricino infranto.

“No, non è questo, doveva scriverlo in fiammingo e ha detto che era inutile perché mamma non avrebbe capito niente.”

“Uhm…grazie Kiko.” Benedetto fiammingo.

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Dedicato alle madri di famiglia

Ragazzi che strizza, oggi si saprà forse un po’ di più del mio futuro. Non sono angosciata, ma senz’altro ho bisogno di sapere che ne sarà di me, se continuerò o meno e quindi se avrò ancora a disposizione il mio stipendio e quindi potermi comprare la casa o no. Accidenti che situazione. Dopo aver lavorato diciamo 4 mesi veri e intensi potevo dire che mi erano passati i grilli per la testa di quella che voleva assolutamente fare carriera. Eh già, io mi ripetevo e ripetevo sempre che avevo studiato per lavorare e mi sentivo frustratissima a casa. In realtà per la prima volta mi sto rendendo conto che cosa significa essere madre di cinque pargoli quando i pargoli crescono. È proprio vero il detto “bimbi piccoli problemi piccoli, bimbi grandi problemi grandi”. Adesso comincio a rendermene conto e a rendermi conto che anche senza lavorare ho una vita pienissima e che, anzi, lavorare full time diventa quasi incompatibile con tutta l’attenzione ed il tempo che devo dedicare ai miei giovani virgulti. Allora forse penso che finora sono stata anche molto influenzata dalla società e dalla gente che mi circonda. Per tutti una donna deve lavorare per realizzarsi e se non lavora è una persona a metà. Solo il lavoro appaga e realizza. Ci ho creduto per molto tempo, ma adesso non più. Adesso dico alle madri che sono a casa a prendersi cura della prole che le capisco ed ammiro ed invidio, perché davvero svolgono a tempo pieno il lavoro più delicato e più pieno di responsabilità. Adesso rimarrei volentieri a casa, adesso con i problemi del fiammingo di Sofia e la mancanza di responsabilità scolastica di Kiko. Con la paura che me li bocciano per immaturità, con Mariana di 15 mesi che non ci pensa proprio a dire “mamma”. Adesso davvero resterei a casa, ma adesso purtroppo è anche il momento in cui ho più bisogno di lavorare. Siamo diventati tanti ed un solo stipendio, per quanto buono, è molto risicato. Adesso vorremmo comprarci la casa. Adesso è quando le esigenze dei bambini diventano sempre più pressanti. Va bene, siamo nelle mani di Dio, vedremo che accadrà, in ogni caso devo pensare che sarà per il meglio.

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Un momento di amicizia

Oggi rifletto sul valore dell’amicizia. Non soltanto dei grandi amici, di coloro che sono come fratelli, che sono capaci di grandi gesti e grandi dimostrazioni. No, oggi rifletto sull’importanza e la bellezza degli amici che ci accompagnano quotidianamente, di coloro che abbiamo incontrato perché sono i nostri compagni di viaggio e di vita. Grazie ad Emmanuel ed Aimée, che mi hanno invitata a pranzo in una giornata che prometteva essere un po’ deprimente e che stentava ad ingranare. Loro non lo sapevano e così mi hanno regalato un momento piacevole in cui abbiamo chiacchierato delle nostre vite, scambiandoci inquietudini, preoccupazioni, ma anche piccoli successi e speranze per il futuro. Non so, ma per noi che siamo emigrati in un altro contesto, diverso dal nostro conosciuto e sperimentato dai nostri genitori, è importante riuscire a confrontarsi con gli altri che vivono la nostra stessa esperienza e scoprire che non siamo gli unici a vivere certi avvenimenti e a provare certe emozioni e preoccupazioni. Ed è bello scoprire la solidarietà.

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Dipendenza

Sto per morire, se non mangio urgentemente della cioccolata il cervello mi va in pappa. É tremendo, questa addizione che poi addizione vera non é mi sta distruggendo. E dire che con l`allattamento di Sofia, la mia primogenita otto anni fa, ero riuscita a disintossicarmi. Ma non c`é davvero niente da fare, la ciocccolata è troppo importante per me, direi anzi che é fondamentale. E non sono l`unica, lo so benissimo, allora perché noi donne siamo così? Chi lo sa, ci sarebbe da farci una lunga disquisizione sopra. Probabilmente perchè la cioccolata é una carezza e noi donne abbiamo bisogno di essere accarezzate. Perchè la cioccolata é una gratificazione e noi donne abbiamo bisogno di essere gratificate. La cioccolata cremosa che si fonde in bocca lascia una senzazione di dolcezza che poi ci accompagna per un lungo momento e noi donne abbiamo bisogno di essere accompagnate, meglio se con dolcezza. E poi, diciamoci la verità, perché noi donne siamo molto meno esigenti degli uomini e ci accontentiamo molto più facilmente: una tavoletta di cioccolata basta per garantirci la felicità almeno per una buona mezz`ora, mentre gli uomini hanno sempre bisogno di sensazioni estreme per essere felici ed appagati. Non mi fraintendete, io amo gli uomini, ma dopo undici anni di vita in comune con quello che a suo tempo ritenni  il migliore su terra…beh…alcune cosette le ho imparate anche io. Una donna che ha il raffreddore si preoccupa del proprio aspetto fisico, un uomo scrive testamento. Una donna col mal di testa per una settimana si prende due aspirine al giorno per una settimana, un uomo si ricovera.  Una donna che si fa un taglietto al dito se lo mette in bocca, un uomo si fascia la mano e si lega il braccio al collo. Ma questa é la natura umana. Adesso scappo a comprarmi il mio cioccolatino Côte d`Or al latte ripieno di crema alla nocciola, magari mi addolcirà l`animo.

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Un po’ di fatti miei (1)

La storia della famiglia Salazar comincia tanti e tanti anni fa, 11 per l’esattezza. O forse addirittura ancora prima, forse quando Carlos ed io ci siamo conosciuti ed eravamo fidanzati con altri due.  Quante cose sono accadute da quel giorno e da quel caffè a Piazza Ungheria nel lontano 1995. Io portavo una giacca Barbour, perciò non poteva già essere estate, anche se mi ricordo perfettamente di non aver acconsentito a conoscere Carlos prima di aver dato l’esame di Diritto pubblico  ed io non ho mai frequentato i pre-appelli, perciò dovevamo essere comunque almeno a maggio. Pioveva e mi avviai all’Hungaria curiosa di scoprire perchè questo tale Carlos Salazar, secondo me amico di mio padre, quindi forse anche dell’etá o giú di lí, avesse tanto insistito per conoscermi. Non c’eravamo mai visti prima, sapevo che era venuto a casa nostra varie volte per incontrarsi con papà, ma noi figlie ci barricavamo sempre in stanza, chiudendo la porta divisoria. Non avevamo nessuna intenzione di incontrare i vari seminaristi, preti ed intellettuali, amici di mio padre. Almeno non in tuta e ciabatte come giravamo per casa quando stavamo studiando. Ma Carlos Salazar era diverso, pare avesse una fidanzata, così mi aveva detto papà per rassicurarmi sul fatto che non aveva strane intenzioni e suonava la chitarra. Mah…per me rimaneva uno degli strani studenti di mio padre, così come mia madre in cucina la sera prima mi aveva confidato con aria sprezzante.

E così conobbi Carlito, aveva solo 26 anni alla fine, ma era in giacca e cravatta con ventiquattore, capello ingelatinato e panzetta. Assolutamente non il mio tipo, é perciò davvero un mistero come mi piacque immediatamente. Intendiamoci, come amico, io stavo vivendo da qualche mese la mia prima seria esperienza amorosa e ne ero entusiasta. Carlos peró si conquistò all’istante la mia amicizia ed il mio cuore. Decisi subito che avrei voluto bene a quel tipo buffo, assolutamente inoffensivo e simpatico che mi stava raccontando una marea di cose pseudo-colte ed intellettuali che non capivo affatto. Ma lui  mi piaceva, mi ispirava affetto, saremmo stati amici. A quel tempo c’era chi diceva che per essere mio amico ci voleva la patente. Effettivamente sono sempre stata una tipa piuttosto riservata, timida, direi poco socievole, incredibile quindi come per me fosse stato così naturale volere bene a Carlito.

La seconda volta che lo vidi fu al compleanno di io padre, il 6 giugno, quando andai nel suo ufficio a pranzo per portare pizzette e dolcetti a tutto lo staff. Carlos era lì, in una stanza in uno dei piani di sotto e andai di filato a offrirgli l’aperitivo. Lo trovai che si stava organizzando la festa di laurea con un paio di amche e venni subito reclutata nell’organizzazione.

Mi ricordo perfettamente anche la sua festa di laurea in un pub dell’EUR. Lui non lo vidi per nulla, occupato tutto il tempo a ballare con la sua famosissima fidanzata spagnola arrivata dritta dritta da Madrid ed io invece feci una bellissima litigata con il mio di fidanzato che aveva flirtato tutta la sera con una delle amiche organizzatrici. Insomma una bella festa, alla fine della quale bucammo anche una ruota della macchina.

Che dire? Questi sono stati i primi due mesi della nostra amicizia, una specie di colpo di fulmine assolutamente casto ed intellettuale, ma ci piacevamo così tanto che cercavamo tutti e due di piazzarci con i nostri amici. Non ho mai capito perchè Carlos non considerasse seriamente il fatto che io fossi già fidanzata e continuasse a presentarmi amici suoi nella speranza di accasarmi. Comunque sia non funzionava mai ed io rimasi per altri due anni con il mio cavaliere, fino a quando lui non si lasciò definitivamente con la sua dama.

Nel frattempo eravamo diventati davvero amici, studiavamo insieme, preparavamo gli esami, organizzavamo conferenze e corsi di studio estivo, ogni tanto uscivamo la sera in gruppo con gli amici. La sua ragazza c’era e non c’era, ma anche quando non c’era tutti ne parlavano con toni così ammirati che sembrava la Madonna scesa in terra. Quando si mollarono, subito dopo la famosa festa di laurea, Carlos ci restò così male che perse un bel po’ di chiletti, diventando improvvisamente un fighettino. Ma anche allora non fece presa su di me in quanto possibile uomo, rimaneva sempre un amico, l’amico a cui volevo più bene in assoluto, colui che portava il sole nella mia vita e che mi rischiarava la giornata, colui che mi faceva amare la vita. Era tutto questo per me, ma la scintilla non era ancora scoccata.

Per due anni quindi fummo amici, lui si rimise con la sua fiamma spagnola e dopo un anno circa decisero di sposarsi. L’annuncio fu dato a una festa di amici a Oxford, da una lei scintillante di modestia e da un Carlito ubriaco fradicio. Mi ricordo che la notizia non mi fece nè caldo nè freddo. In fondo ce lo aspettavamo tutti, i due erano la coppia del secolo e prima o poi sarebbe dovuto accadere. Una volta passati i postumi della sbornia, chini sui libri dell’università, ragionammo insieme -e qui rivendico la maternità dell’idea- che forse era il caso che prima di procedere ad un passo così decisivo i due piccioncini abitassero  nella stessa citttà per un po’ di tempo e sperimentassero una relazione quotidiana. Ovviamente Carlito accettò entusiasticamento il consiglio e si trasferì un anno a Madrid.

La sera prima della sua partenza uscimmo a cena per salutarci. Io non sapevo che saremmo usciti a cena, perciò mi ero già fatta il mio tazzone di cereali e non avevo nessuna voglia di mangiare di nuovo. D’altra parte non potevo non salutare Carlos e così ci demmo appuntamento al Cul de Sac in centro. Insieme ad un risotto al pesto, una buona bottiglia di vino ed altra solenne sbornia. O almeno voglio credere che fosse brillo, perchè mi attaccò una sviolinata su che ragazza fantastica fossi, di come mi meritassi il meglio dalla vita, di come dovessi avere fiducia che prima poi o poi sarebbe arrivato, proprio perché io ero così meravigliosa. Alla fine la situazione non mi quadrava più tanto e mi ricordo che pensai “ma come, questo sta partendo per andare a coronare il suo sogno d’amore con la sua promessa sposa e dice tutto questo a me….?”. Perciò tagliammo corto e dovetti pure pagargli cinquantamila lire la cena dato che non aveva soldi. Dopodiché lo accompagnai al Bancomat a ritirare per farmeli restituire, visto che poi partiva e chissà quando lo avrei rivisto. Poi me ne tornai a casa e me ne andai a letto.

L’indomani mi telefonò la mia amica del cuore Francina  e ricordo che quando mi chiese di Carlos le risposi “È partito e non ci voglio pensare”. Sapevo dentro di me che con lui se ne era andato il sole e quella positività della vita che mi aveva fatto conoscere. Avevo il cuore grosso, ma accantonavo la riflessione.

E trascorse un altro anno nel quale io andai a New York a fare uno stage alle Nazioni Unite e mi divertii da morire, maturando la consapevolezza che la mia storia d’amore era ormai agli sgoccioli. Una sera del freddissimo inverno newyorkese del 1997 mi telefonò Carlito sul mio cellulare americano: aveva trovato una cabina del telefono rotta, poteva chiamare ovunque gratuitamente e voleva farmi un salutino. Inspiegabilmente mi emozionai moltissimo, ero praticamente fuori di me dall’emozione e lo raccontai alla mia amica Tanya che non capiva come mai fossi così eccitata per la telefonata di un amico. Ed effettivamente non lo capivo neanch’io. Adesso, col senno di poi, rifletto che forse il mio cuore era molto più avanti della mia testa. Il mio cuore aveva riconosciuto Carlos il primo momento che lo aveva visto e subito lo aveva amato. La mia testa per due anni e mezzo non se ne era resa conto, ma lasciava il cuore volergli quello strano bene immenso, facendo finta che fosse naturale.

Dal primo momento in cui l’ho conosciuto Carlos per me è stato unico. In realtà credo che sia una persona unica per tutti, non solo per me. Credo che incarni la positività della vita, la bellezza, il sole, perchè è davvero una persona speciale e so che, come me, lo dicono molte persone che entrano in contatto con lui.

Sta di fatto che, tornata da New York, sapevo di dover affrontare la questione del mio rapporto sentimentale che per me era ormai finito. Non era facile, il mio fidanzato era stato per me più un carissimo amico che un vero fidanzato e continuavo a volergli moltissimo bene, non avrei voluto fargli del male per nulla al mondo. Non sapevo bene come avrei risolto la situazione, ma una cosa era certa, la storia era finita.

Carlos era tornato a Roma per dare un esame al quale era arrivato il giorno dopo. Perciò, cerca cerca in bacheca, l’esame non appare e…ops… scopriamo che era stato ieri. Per consolarci ci andiamo a mangiare una pizza, se non erro da Pizzarè a via di Ripetta.

Per la prima volta in due anni parlammo delle nostre questioni sentimentali e ci rendemmo conto di avere gli stessi problemi con i nostri rispettivi. Ma il modo di affrontarli risultò differente.

Betta disse “ e perciò io credo che ci lasceremo, non posso portare avanti un rapporto così”

Carlos disse “ io invece mi sposerò, queste sono cose che si possono risolvere nel matrimonio”.

Ci lasciammo fuori dalla pizzeria con una stretta di mano e la promessa dell’invito al suo matrimonio.

(to be continued…)

Passò l’estate, venne l’autunno, le foglie ingiallite cominciarono a cadere e di Carlito nessuna notizia. Io continuavo a trascinare la mia storia ripetendomi ogni sera che avrei dovuto mettervi un punto al più presto, ma senza mai riuscirci. Poi non mi ricordo più, credo ad un certo punto di aver telefonato a Carlos per sapere che fine aveva fatto: “allora questo matrimonio?  S’ ha da fa’ o non s’ha da fa’?”

“ma come non lo sai? Mi sono lasciato con Guendalina (nome di fantasia). Avevi ragione tu, quei problemi erano davvero insormontabili ed ora sono felicissimo. E tu?”

“mahh…ecco..io ci sto ancora insieme in realtà….ok, ci vediamo quando vieni a Roma per l’esame”.

Ed improvvisamente, ancora una volta irrazionalmente, sono saltata in cucina dove mia madre stava cucinando e le ho gridato la novella “mamma! Carlos si è lasciato con Guendalina!” e quella donna razionale e posata che è mia madre mi ha risposto sinceramente stupita “sì, ma a te che te ne importa?”. Effettivamente….a me che me ne importava? Non seppi rispondere a questa domanda, ma due settimane più tardi trovai finalmente quel coraggio che mi era sempre mancato e scrissi la parla fine alla mia storia sentimentale.

E trascorsero poi due mesi un po’ buii, Carlos era a Madrid, io a Roma, uscendo con vari amici, un po’ per dimenticare e un po’ per rimorchiare, riuscendo a fare sia l’una che l’altra cosa, mentre nel frattempo studiavo per finire gli ultimi esami.

Poi Carlitos scese a Roma per dare un esame e decise di fermarsi un po’, così riprendemmo a studiare insieme e a confidarci le nostre pene d’amore ed i nostri nuovi amorazzi che erano seguiti alla fine dei fidanzamenti. Addirittura lui si offrì volontario per accompagnarmi in Croazia a cercare di fidanzarmi con quello che all’epoca ritenevo essere il mio vero grande amore. Non so proprio perchè, ma alla fine l’idea di andare a rimorchio con Carlos al seguito mi strideva un po’ e decisi di lasciar perdere. A quel punto il mio compagno di studi se ne ritornò a Madrid dove si rifidanzò con una nuova tizia la cui foto sbattè subito nel cassetto quando lo andai a trovare in Spagna poco prima di Natale. Incredibile come allora notai il gesto, mi sembrò strano, ma non ne afferrai il senso. In quel fine settimana a Madrid ebbi un assaggio della vita che il mio amico conduceva quotidianamente: feste, pubs, bar e poi ancora feste, bar e pubs. Insomma, un mortorio. A tutti gli amici che mi chiedevano il motivo della visita rispondevo candidamente che ero venuta per stare con Carlos e mentre lo guardavo circondato da tutte quelle sciacquette spagnole sentivo dentro di me un sentimento di tranquillo possesso unito ad uno di appartenenza naturale che non so proprio da dove traessero origine. Per me era assolutamento scontato che Carlos era mio e che io ero sua, come amici naturalmente, e che gli amici non si appartengono l’un l’altro?

Forse lì, per la prima volta, ho sentito un pizzico di gelosia, ma proprio minimo, visto che ero assolutamente sicura di avere un posto importantissimo nel suo cuore. Già, ma forse cominciavo a vagamente non avere più chiaro di che natura fosse quel bene immenso che gli volevo. Ed una domenica sera andammo a Messa con gli amici in una chiesetta vicino alla cabina rotta da cui all’inizio dell’anno mi aveva telefonato. E qui, mi secca un po’ raccontarlo dato che non sono assolutamente una mistica anche se mi piacerebbe tanto, ebbi come una fulminazione. Nel raccoglimento, una luce: io sono innamorata di Carlos, io amo Carlos, Carlos è mio ed io sono sua, noi ci apparteniamo, da sempre e per sempre. Ecco perchè gli ho sempre voluto questo bene così immenso, spontaneo, naturale e genuino. Ovviamente tenni questa rivelazione per me e l’indomani me ne tornai a casa a Roma con questa nuova, sconvolgente consapevolezza a cui se ne aggiunse immediatamente un’altra, se possibile ancora più sconvolgente: io devo sposarlo, è ovvio ed ora che lo so lo voglio sposare il prima possibile.

All’epoca avevo 23 anni ed ero una ragazza piuttosto determinata, diciamo che avevo solo un problema: “secondo te posso sposare un uomo alto come me?, insomma siamo praticamente uguali, se mi metto le ballerine dico” chiesi seriamente alla mia amica Monika alta più di me che mi era venuta a prendere all’aeroporto.

“Ma…perchè no….sì, se pensi davvero che sia quello giusto direi di sì, se senza tacchi siete uguali.” “Ok, allora voglio sposare Carlos Salazar”.

Era il 23 dicembre pomeriggio e presi la saggia decisione di aspettare un po’ prima di comunicare a mia madre che avevo ormai trovato il mio futuro sposo. Chissà perchè sentivo che non sarebbe stata entusiasta della notizia e decisi di comunicarglielo il 27 pomeriggio sul volo Roma-New York che ci portava tutti nella Grande Mela per festeggiare Capodanno ed i 25 anni di matrimonio dei miei. Mia madre stava leggendo il giornale, mi avvicino di soppiatto, mi siedo sul bracciolo della poltrona ed attacco; “Ciao mamma, come va?”

“Bene grazie”, “Senti volevo dirti così…una cosa…che ne dici se sposo Carlos Salazar?”

“Ma figurati! Per lui sei solo un’amica”, replicò disinteressata sfogliando il Corriere.

“No mamma, dico sul serio, vedrai, mi sposo con Carlos Salazar”. “Vedremo” e sbadigliò.

La parte più difficile era fatta, l’avevo detto a mia madre. Ora mi rimaneva solo da comunicarlo a Carlos.

La vacanza newyorkese trascorse alla grande. Feci shopping da Victoria Secret’s comprandomi un baby doll di seta rossa da mettere solo in viaggio di nozze e fantasticai sul grande cambio che mi preparavo a vivere….cavoli, sposare Carlos ed andare a vivere in Messico, mica so’ bruscolini.

 

 


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Croci e delizie della famiglia Salazar

L’angoscia della morte

È arci-noto a tutti che il pensiero della morte è una delle prime angosce che attanagliano il piccolo cuore dei bambini. Comincia con i pianti per il dolore della separazione che avvertono a partire dagli 8 mesi circa, fino alle innumerevoli domande che cominciano a porre verso i 6 anni, direi. Libri e libri, manuali e manuali di psicologia, insieme a riviste femminili di ogni ordine e grado spiegano ai solerti genitori come porsi di fronte al problema per essere in grado di rispondere nel più rassicurante dei modi agli inevitabili interrogatori che prima o poi arriveranno.

Mi sentivo quindi preparatissima per affrontare il momento cruciale  e tranquillizzzare con serenità i miei pargoletti.

“Mamma, che ne sarà di noi se tu e papà morite domani?” chiese innocentemente Sofia in macchina mentre andavamo a scuola.

“Amore, niente, non ti devi preoccupare, a parte il fatto che c’è un’alta probabilità che nè papà nè io moriremo domani, immagino che andrete a vivere con i nonni.”

“Ah…ok…ma se poi muoiono anche i nonni?”

“Allora andrete a vivere con Nanci o Chiara”

“A Roma?”

“Certo amore, a Roma”

“E andremo a scuola in italiano?”

“Sì”, confermai con dolcezza

“YUPPI!!!!!!!” gridarono all’unisono le 4 belvette che trasportavo ad una scuola olandese.

Mini-club

Correva l’anno del Signore 2007, era il mese di aprile e Carolina sarebbe nata di lì a molto poco. Con terrore vedevo avvicinarsi le due settimane di vacanze pasquali che la scuola belga malignamente concede ai bambini, a danno dei genitori. Decidemmo perciò di iscrivere i tre  piccoli Salazar ad un Mini-club dove avrebbero trascorso un po’ di tempo giocando ed il resto della giornata annoiandosi a morte. In compenso lo pagavamo carissimo.

“Ragazzi, fantastico! Oggi niente scuola, si va tutti al Mini-club!” attacco con un falso entusiasmo che non inganna nessuno.

“Bleah…! Che cos’ è? Io non ci voglio andare!” “neanch’io!” “neanch’io!”

“Ma ragazzi, se non sapete neanche di che si tratta, si gioca, si disegna, si fa un po’ di ginnastica!”

“Bleah! Bleah! Bleah!”

“OK, adesso basta, giacche e scarpe, fuori e non si discute.”

Si dava il caso che proprio in quei giorni avevamo assunto la nostra prima filippina fissa, una ragazza che sembrava tanto carina, di nome Emelisa.

L’avevamo presentata il primo giorno ai bambini e poi eravamo partiti per il famoso Mini-club.

Due o tre giorni dopo, tornando a casa la sera trovo Kiko ai piedi delle scale che grida a squarciagola: “mini-club! Mini-club!”.

Mi guardo intorno, non vedo niente o nessuno a cui Kiko potesse fare riferimento.

“Mini-club! Mini-club!” Kiko continuava sconsolato.

“Oddio, é impazzito” penso subito.

“Kiko amore, ma cosa gridi?”

“Chiamo Mini-club, ma non viene!”

Ci misi almeno 30 secondi per rendermi conto che aveva confuso le due novità avvenute lo stesso giorno e stava perciò chiamando, secondo lui, la filippina.

Religione

Temo sempre moltissimo i tragitti in macchina per e dalla scuola in cui i piccoli Salazar approfittano per farmi le domande più difficili. Non so, forse il tepore della macchina riscaldata dal respiro di tutti e 5, mentre fuori piove e la visibilità è pari quasi a zero induce i bambini alla riflessione .

“Mamma, tu conosci Jesus Christ?”

“Chi?….BEEP!!! Ma guarda questo come guida! Non si vede un tubo…”

“Mamma…sì…Jesius le Christ, le fils de Dieu….tu lo conosci?”

“AH…sì… ecco….intendi….personalmente?, beh, ecco, so chi è, ma non l’ho ancora conosciuto di persona.”

Lezione di catechismo

“Il Paradiso è chiuso” ci annuncia spensieratamente Kiko mentre siamo tutti e 7 pigiati in macchina una domenica mattina diretti a Messa.

Prima che potessi provare a ribattere a questa affermazione che ritenevo piuttosto disperata ed intavolassi un dibattito sulla grandezza della misericordia divina, Sofia chiese improvvisamente interessata:

“maddai! E tu come lo sai?”

“beh ecco, perchè c’erano Adam ed Eva nel giardino pieno di frutta, potevano mangiare tutto quello che volevano tranne le mele, ma poi arriva un serpente..”

“ma non era un serpente…c’était le diable!” corregge Sofia saputella.

“sì, le diable, dice a Eva che possono mangiare anche le mele, allora le mangiano, arriva Dio e si arrabbia e chiude il Paradiso.”

“ ma perché? Solo perchè avevano mangiato delle mele? Ma non ti sembra un po’ esagerato?”

“beh…effettivamente sì….solo per delle mele….”

Fisiognomica

Fin da piccolissimi i piccoli Salazar hanno avuto una spiccatissima capacità di osservazione, riuscendo a cogliere anche i minimi dettagli di un vasto insieme. Il pediatra mi aveva detto che crescendo la avrebbero perduta e così forse è stato per tutti, ma non per Kiko.

“Mamma, come nascono i bambini?”

“O mio Dio” pensai subito dentro di me “ ecco arrivato il momento a cui però non sono ancora preparata, secondo i miei studi non arriva a soli 5 anni, Santo Cielo ho un figlio precoce e non so cosa rispondere….prendi tempo, prendi tempo.”

“mmmhhh….in che senso amore mio?”

“Sì, come nascono…che forma hanno quando nascono?”

“Ahh!!” ricominciai a respirare normalmente “beh..ecco, come te, come le tue sorelle, come Mariana per esempio.”

“Ma la testa…che forma ha la testa quando nasciamo?”

“Ma amore…che vuol dire che forma?” chiesi ottusamente.

“Sì…ronde per esempio!”

“Ah ecco, certo, i bambini quando nascono hanno la testa rotonda.”

“Tutti?”

“Sì, amore, tutti” confermai con un sorriso

“Anche tu?”

“Certo, amore, anche io.”

“E allora a te quand’ è che è diventata così …come un uovo?”

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Una mamma dei giorni nostri

Mamma, moglie, giornalista, appassionata di cucina e arredamento, politica europea ed internazionale, adora i cani ed i bambini, va pazza per la Nutella e la cioccolata, ama leggere e odia la palestra. Questa sono io e molto altro anche. Sono italiana e messicana, ho 35 anni, 1 marito, 5 figli, 1 lavoro e 1 Kenwood Cooking Chef che vive con noi. Mi mancano 2 cani e 1 gatto. I miei figli parlano 5 lingue, ma nessuna correttamente, la mia ultimogenita ha 15 mesi e non vuole camminare, ma me la terrò lo stesso. Scrivo questo blog perchè ho voglia di raccontare tante cose che accadono ogni giorno e che poi mi dimentico e che invece vorrei ricordare. Scrivo per non perdere per strada la mia storia, la nostra storia. Scrivo principalmente per me, poi per i miei figli, poi per tutte le persone che possono riconoscersi nella mia esperienza, umanissima, di mamma giovane che a volte non sa proprio come fare, di moglie che a volte vorrebbe scappare, di giornalista che a volte vorrebbe lavorare. Ecco, questo blog è dedicato alle mamme che vogliono continuare ad essere giovani e spensierate e che devono essere però anche mature e responsabili. È una sfida.

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