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Questi sono i miei articoli pubblicati principalmente su Liberal e sulla Discussione.

Perchè le donne non sono solo Ruby e le sue amiche.

In un mondo come il nostro, in cui l’essere femminile viene così svilito dalle ultime cronache dei giornali sulle varie orgie ed Olgettine vale forse la pena riflettere sul fatto che dall’altra parte dell’oceano ci sono donne con un coraggio ed un valore inimmaginabili e, forse, invidiabili. Accade in Messico, in un paese martoriato dalla guerra che il presidente Calderon ha dichiarato al narcotraffico e che sta insanguinando la vita quotidiana della popolazione civile, inerme ed innocente. Una guerra che spaventa, e a ragione, molti uomini, ma che nonostante la sua violenza ed i suoi colpi indiscriminati non ha piegato del tutto gli uomini e le donne che amano il proprio paese e che sono pronti a tutto pur di difenderlo. I messicani sono un popolo strano per noi occidentali, per noi italiani oserei dire. I messicani amano la loro terra più di se stessi e sono pronti a sacrificarsi per il proprio paese come se fosse davvero un parente prossimo, direi proprio come se fosse un padre o una madre. Ecco, si potrebbe dire che i messicani hanno verso la propria patria un amore filiale, tenero e forse commovente per noi, ma tenace, fedele e responsabile per loro. “Mexico lindo y querido”, già solo questa definizione che ricorre spesso, se non sempre, quando i messicani si riferiscono alla propria patria dovrebbe spiegare il tipo di relazione che intercorre tra i cittadini ed il paese. E non sono solo gli uomini, ma anche le donne, anzi, forse ancora più le donne, le mamme, che riescono ad unire all’amore filiale, l’amore materno che è proprio di una donna, sia essa già madre o no. Non deve stupire quindi, anche se a prima vista lascia davvero sbigottiti, che nei luoghi caldi della guerra al narcos, nei temibili stati di Chihuahua e Michoacan, ben quattro donne, casalinghe o studenti, si sono offerte di assumersi incarichi pericolosi che nessun uomo ha voluto ricoprire. Veronica Rios Ontiveros è una casalinga di 34 anni con quattro figli e un marito ed ha accettato di candidarsi ad un posto che nessun uomo ha voluto, cioè quello di commissaria di polizia a Samalayuca, un paesino vicino a Ciudad Juarez, città tristemente famosa per le migliaia di crimini commessi contro le donne. Se le chiedi perché ha accettato un incarico così pericoloso ti risponde con una semplicità disarmante che lo fa perché fino adesso la polizia è stata corrotta e non ha compiuto in maniera adeguata il lavoro che le corrispondeva. E allora lo fa per i suoi figli, perché possano vivere un futuro migliore. Poi c’è Olga Herrero Castillo, capo della polizia di Villa Luz, anche questo paesino nei pressi di Ciudad Juarez. Prima di candidarsi ed essere eletta in quanto candidato unico, Olga era una casalinga di 43 anni, madre di cinque figli, stanca delle ondate di violenza che insanguinano il suo paese. Ma queste donne sono esseri soprannaturali che non hanno paura? “Certo che ho paura – ha riconosciuto candidamente Olga – però poi mi faccio coraggio e la paura passa. Lavorerò per la mia famiglia e per il mio popolo.” Chapeau. A queste due si aggiunge Marisol Vallés Garcia, una giovane di 20 anni appena, studentessa di Criminologia, sposata e madre di un bimbo di 11 mesi, da novembre scorso a capo del commissariato di polizia della cittadina di Praxedis, a est di Ciudad Juarez. “Qui tutta la gente ha paura, tutti abbiamo paura, però trasformeremo questa paura in sicurezza”, afferma coraggiosamente. A Praxedis nessun uomo ha voluto occupare il suo posto, troppo annichiliti per il terrore: infatti l’ultimo capo di polizia è stato trovato decapitato, il corpo gettato da una parte, la testa da un’altra. Alla fine Marisol si è fatta avanti ed ha accettato l’incarico, anche lei per il suo bambino e per il suo paese, questo “Mexico lindo y querido”. Al momento in cui scriviamo questo articolo queste tre donne coraggiose sono ancora vive. Purtroppo non possiamo dire lo stesso di Hermila Garcia Quinones, laureata in Legge ed Informatica, che a 38 anni fu la prima donna in assoluto ad essere nominata capo della polizia municipale in Messico, nel municipio di Meoqui. Hermila è stata crivellata di colpi lo scorso 29 novembre 2010, soli 50 giorni dopo aver assunto il comando. E poi ce ne sono altre di giovani donne coraggiose, la maggior parte ventenni che si arruolano nella polizia nel Valle di Juarez e che girano armate per le strade a volto scoperto, con la consapevolezza di poter essere uccise da un momento all’altro, ma con la grinta e la determinazione di chi vuol dire basta alla violenza, al sangue che scorre a fiumi per le strade, alla paura che attanaglia i cuori della gente innocente.

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Benedetto XVI: “la conversione del cuore può sorreggere l`impegno per sradicare la miseria, la fame e la povertà in tutte le loro forme”.

L’intervento del Sommo Pontefice all’apertura del vertice sull’alimentazione della Fao sottolinea come si debbano cambiare gli stili di vita. Forti richiami all’ultima enciclica Caritas in Veritate

Si é aperto ieri 16 novembre a Roma il Vertice Mondiale sulla Sicurezza Alimentare organizzato dalla FAO.

Sono presenti una sessantina di paesi, ma purtroppo mancano all´appello i governanti di quasi tutte le nazioni più ricche del pianeta e questa mancanza toglie evidentemente forza alla dichiarazione sottoscritta nel palazzo di Viale delle Terme di Caracalla.

Gli interventi che hanno portato alla sottoscrizione di questa dichiarazione sono stati numerosi e tra questi di rilievo immancabilmente l`apertura di Benedetto XVI, che per la seconda volta in un mese si pronuncia sulla questione della povertà e della fame nel mondo. Infatti già precedentemente, in occasione della Giornata Mondiale dell`Alimentazione, il Papa aveva sottolineato che nella lotta contro la fame “occorre cambiare stili di vita, promuovere lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri e mettere da parte privilegi e profitti”.

Ieri Benedetto XVI ha aperto la sessione ricordando la crisi economica e finanziaria che stiamo vivendo, con la conseguente drammatica crescita del numero di chi soffre la fame.

Secondo il recente Rapporto annuale sullo stato dell`alimentazione nel mondo, pubblicato dalla FAO e dal Programma alimentare mondiale (PAM) nel 2009, quest´anno per la prima volta il numero delle persone che patiscono la fame ha superato il miliardo, arrivando a un miliardo e 20 milioni, con un incremento del 9% solo nell`ultimo anno.

È nei paesi in via di sviluppo che nasce e vive la maggior parte degli affamati.

In Asia e nel Pacifico sono circa 642 milioni gli indigenti. Nell`Africa sub-sahariana 265 milioni. In America Latina e Caraibica vivono in stato di estrema povertà 53 milioni di persone, mentre nel Vicino Oriente e in nord Africa sono 42 milioni.

Forse non tutti sanno però che anche nei Paesi ricchi del nord del mondo c`è chi non riesce a mangiare tutti i giorni. A casa nostra gli affamati sono ben 15 milioni.

“Tutto ciò mentre si conferma il dato che la terra può sufficientemente nutrire tutti i suoi abitanti (…) e globalmente tale produzione è sufficiente per soddisfare sia la domanda attuale, sia quella prevedibile in futuro.” Queste parole del Papa Benedetto XIV aprono gli occhi di chi non vuole vedere ed inducono alla riflessione.

Quindi da mangiare ci sarebbe per tutti e questo fatto é testimoniato, secondo il Papa, dalla deprecabile distruzione periodica di derrate alimentari in funzione di lucro economico.

Già nella Caritas in veritate il Papa aveva osservato che “la fame non dipende dalla scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali é di natura istituzionale (…) quello che manca è un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all`acqua regolare e adeguato (…) sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari.”

Per il Papa il cibo non deve essere considerato come tutte le altre merci e quindi prodotto e commercializzato rispondendo solamente alla pura logica del mercato. Non si deve speculare sulla produzione alimentare, ma si deve investire nelle infrastrutture dei Paesi più poveri per renderli capaci di produrre per la propria sopravvivenza.

La fame nel mondo potrà essere sradicata se le regole del mercato saranno improntate alla cooperazione in maniera coerente con il principio di sussidiarietà. Secondo il Papa le comunità locali devono essere coinvolte nelle scelte e nelle decisioni che riguardano l`uso della terra coltivabile ed i Paesi ricchi che possiedono i mezzi e l`expertise dovrebbero trasmettere il proprio know-how ai Paesi più poveri., “sostenendo con piani di finanziamento ispirati a solidarietà tali Nazioni.”

Benedetto XIV parla proprio di “solidarietà della presenza, accompagnamento, formazione e rispetto” insieme al “diritto di ciascun Paese a definire il proprio modello economico, prevedendo i modi per garantire la propria libertà di scelta e di obiettivi.”

In questo modo la via solidaristica per lo sviluppo dei Paesi poveri può diventare anche una via di soluzione della crisi globale in atto.

Ma il Papa ci mette anche in guardia contro un pericolo insidiosamente nascosto nella nostra natura umana: quello di considerare ormai la fame come strutturale, rassegnandoci al fatto che sia ormai parte integrante della realtà socio-politica dei Paesi più in difficoltà, facendoci vincere così dall`indifferenza.

Ed allora Benedetto XVI ci richiama all`ordine: non dobbiamo essere indifferenti!

Dobbiamo essere sicuri che la fame si combatte e si vince ridefinendo i concetti ed i principi sin qui applicati nelle relazioni internazionali.

Il Papa ci ricorda che “solo in nome della comune appartenenza alla famiglia umana universale si può richiedere ad ogni popolo e quindi ad ogni paese di essere solidale, cioè disposto a farsi carico di responsabilità concrete nel venire incontro alle altrui necessità, per favorire una vera condivisione fondata sull`amore.”

Amore che va di pari passo con la giustizia. Io ti do del mio per aiutarti, ma soprattutto riconosco quello che é tuo e non te lo tolgo arbitrariamente.

E mentre non dobbiamo pensare che i Paesi rurali siano Paesi di serie B, dobbiamo sottrarre le regole del commercio internazionale alla logica del profitto fine a se stesso.

Già nella Caritas in veritate Benedetto XVI ricorda che tra i diritti fondamentali della persona umana vi é quello ad una alimentazione sufficiente, sana e nutriente, come pure all`acqua. Prerogativa fondamentale del diritto alla vita.

Sempre pensando alla persona umana il Papa fa riferimento alla tutela dell`ambiente e al “dovere morale di distinguere nelle azioni umane il bene dal male per riscoprire così i legami di comunione che uniscono la persona ed il creato.”

E alla fine il Papa ci ammonisce: non dobbiamo più accettare opulenza e spreco, ma ricordarci che “solo la conversione del cuore può sorreggere l`impegno per sradicare la miseria, la fame e la povertà in tutte le loro forme.”

Benedetta Buttiglione Salazar

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Coppie omosessuali ed adozione: al centro togliamo i genitori e mettiamo il figlio

La questione dell´adozione da parte di omosessuali, single o in coppia, é tornata recentemente alla ribalta con l´approvazione il 10 novembre 2009 di una sentenza da parte di un tribunale amministrativo francese che consente l´adozione di un bambino da parte di una non più giovane signora lesbica.

Il problema non riguarda solamente i nostri cugini d´Oltralpe, visto che il tribunale francese si é trovato costretto a votare positivamente a causa di un´altra sentenza, questa volta della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, quella che fa capo al Consiglio d´Europa.
Quella che, per intenderci, ha appena proibito di affiggere i crocefissi nelle aule scolastiche.

La bufera non tarderà a scoppiare, l´opinione pubblica si dividerà, se già non si è divisa e fiumi di inchiostro verranno versati per difendere l´una o l´altra posizione: “difendiamo la famiglia tradizionale” o “finalmente giustizia é stata fatta ed anche gay e lesbiche potranno appagare il loro desiderio di paternità e maternità”.

Ma il punto non é questo. Il punto qui non é il desiderio di maternità e paternità di nessuno, il punto qui é il benessere di un bambino, due bambini, milioni di bambini, in Francia, Italia, Europa e nel mondo intero.

Per una volta dovremmo forse smettere di vedere l´adozione dal punto di vista dei potenziali genitori e ricordarci che l´istituzione della pratica adottiva é nata per dare una famiglia a chi sfortunatamente non ce l´ha mai avuta o semplicemente non l´ha più. Cioè al centro togliamo i genitori e mettiamo il figlio.

E qui una riflessione sorge spontanea: chi ha il coraggio di dire che avrebbe preferito avere due madri o due padri piuttosto che uno di ogni genere?
Per quanto bene possiamo volere a nostra madre, per quanto possiamo ammirare ed amare il nostro padre sono sicura che non avremmo mai voluto averli in duplice copia. E non é una battuta: é una chiara, naturale verità.

Un bambino figlio di una ragazza madre crescendo chiederà prima o poi dov´é suo padre e lo farà anche se sua madre non gli ha mai probabilmente parlato di lui. Così come un bambino orfano di madre non tarderà a chiedersi dove sia sparita, anche se non l´ha mai vista nemmeno in foto. É così perché così è l´ordine naturale delle cose, perché così gira il mondo, perché siamo stati creati uomo e donna, padri e madri.

Mi viene difficile credere che un bambino chieda innocentemente dov´é la sua seconda madre e perché lo abbia abbandonato o perché lui abbia un solo padre e non due.

Non c´è niente da fare. Per quanto le lobbying omosessuali insistano per veder riconosciuti quelli che chiamano i loro diritti a sposarsi e ad adottare figli, non riusciranno mai a trasformare le loro unioni in qualcosa di naturale. Di legale sì, di naturale no, mai.

Un figlio viene fuori da una donna e da un uomo, naturalmente, attraverso un atto creatore ed ha diritto a crescere, possibilmente, con coloro che lo hanno messo al mondo. In alternativa ha diritto a crescere in un ambiente il più simile possibile al suo originario.
Ci sono in natura lupacchiotti cresciuti da due lupi maschi? Qualcuno forse sì, ma quanti? Se e quando se ne trovasse uno sicuramente verrebbe pubblicato sul giornale come notizia di colore straordinaria..

Se siamo tutti d´accordo che il benessere del bambino é al centro del dibattito, diventa spontaneo chiedersi perché un orfanello dovrebbe essere adottato da una coppia omosessuale. Ma che ha fatto di male?

Ma perché tutti bambini del mondo hanno diritto a un padre e a una madre e questo poverino no? “A questo due madri”. Ma chi si prende davvero questa responsabilità?
Chi decide che per una bimba di quattro anni sia meglio crescere con due omaccioni barbuti piuttosto che con una madre amorevole e -al limite- un omaccione barbuto marito della madre?

Il tema dell´adozione da parte di omosessuali non é certamente nuovo e diversi studi scientifici sono stati realizzati sull´evoluzione affettiva e psicologica di bambini cresciuti da coppie gay.
É curioso che le associazioni a favore dell´adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso come l´APA (Associazione Psicologica Americana) e l´AAP (Associazione Americana di Pediatria) siano formate da attivisti omosessuali, lesbiche scrittori ed editori di pubblicazioni omosessuali.
Dai pochi studi seri che esistono sul tema emerge che i bambini che crescono con genitori gay hanno uno sviluppo molto diverso da quelli che crescono in famiglie naturali con un padre ed una madre: tra l`altro soffrono molto più spesso di bassa autostima, stress e confusione sull`identità sessuale.

Non dobbiamo scomodare il caro, vecchio Freud per renderci conto che una bambina gioca con le bambole e pasticcia con i trucchi della madre per cercare di imitarla e cominciare così ad assumere coscienza della propria identità femminile. Il bambino osserva suo padre e si chiede se mai sarà grande e forte come lui ed é attratto naturalmente da tutto quello che il padre usa, sia esso il computer o il martello.
Perché, giocando, una figlia si mette le scarpe col tacco della madre ed un figlio gli scarponi del padre? Glielo ha detto qualcuno? No, é l`istinto naturale che si fa avanti.
Sono le identità sessuali che si delineano.
Che identità sessuale si può delineare nella bambina adottata dai due barbuti? Un`identità il più possibile maschile ed un´idea della femminilità come qualcosa da rigettare. Ed ecco che la bambina avrà buone probabilità di diventare omosessuale anche lei.

Ma non solo. Dobbiamo tenere presente che le unioni omosessuali sono spesso molto instabili. Difficilmente i due partners resistono insieme molto a lungo ed il nucleo familiare si sfascia molto velocemente. L´orfanello che proviene da un´esperienza traumatica quale l`abbandono si trova quindi a rivivere un trauma decisamente non necessario.
Vi sono anche altri problemi. Il tasso di violenza domestica é nettamente più alto nelle coppie omosessuali, così come la propensione ai disturbi di ordine psicologico. I gay e le lesbiche presentano un tasso quasi doppio di suicidio tentato o meditato oltre a problemi connessi  con l`abuso di sostanze stupefacenti.
Ecco allora che il bambino adottato -che normalmente presenta già all`inizio particolari esigenze o carenze affettive- si trova nelle mani di una coppia instabile e con problemi ed il suo sfogo naturale sarà la droga, il rifiuto del cibo o gli insuccessi scolastici.

Uno degli argomenti largamente utilizzati da chi sponsorizza le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso é che per un bambino é meglio vivere in una famiglia ancorché con due padri o due madri, piuttosto che rimanere tristemente in un orfanotrofio.
Rassicuriamo con piacere queste persone così sensibili alla sorte degli orfanelli: oggigiorno, a causa della caduta libera del tasso di natalità, i bambini dati in adozione sono diminuiti moltissimo e le coppie normali che desiderano adottare devono cercare il proprio figlio fino ai confini del mondo.
Direi quindi che il rischio della scelta tra famiglia omosessuale o triste orfanotrofio, fortunatamente, non si presenta proprio.

Benedetta Buttiglione Salazar

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Negato a Israele il suo essere ebraico

Lo scorso 7 dicembre é apparso sul Financial Times un articolo di Tony Judt che sostanzialmente nega l`ebraicità dello Stato di Israele o, come scrive lui in inglese, the Jewishness. Jodt si dice d`accordo con le teorie espresse dallo storico ebreo Shlomo Sand nel suo libro “L`Invenzione del popolo ebraico” in cui sostanzialmente asserisce che lo Stato di Israele non è la vera nazione degli ebrei e non ha quindi diritto di esistere in quanto patria ebraica, ma semplicemente in quanto stato degli israeliani.

Quest`affermazione può sembrare una semplice sottigliezza, ma non lo è. Infatti nel momento in cui si nega che lo Stato di Israele esiste in quanto patria ebraica che quindi deve appartenere agli ebrei – un popolo che si riconosce in una religione specifica, che ha come sua essenza l`ebraicità appunto,cioè l`essere ebreo, in quel momento si apre la possibilità all`esistenza domani di un Israele islamico conquistato dagli arabi. Negare che Israele esiste perché è la patria di tutti gli ebrei erranti, scacciati prima dai Romani e poi perseguitati nei secoli fino alla tragedia dell`Olocausto, significa prepararsi a giustificare la conquista di Israele da parte degli islamici. Le affermazioni del professor Sand suonano quindi gravemente inquietanti. Lo scrittore nega che gli ebrei occupassero all`inizio la Palestina come coloni e quindi nega loro il diritto a ritornarvi. Israele non ha diritto ad esistere e ad appartenere agli ebrei perché un tempo ne furono scacciati, ma solo come entità geografica e politica. Israele agli israeliani così come la Svezia agli svedesi, l`Egitto agli egiziani senza che si parli si “svezietà” o “egizietà”. Svezia ed Egitto sono riconosciuti come attori internazionali, con tutti i diritti e lo status, semplicemente in virtù della loro esistenza e della loro capacità di mantenere e proteggere loro stessi. Gli stati esistono o non esistono, punto. Per Sand la sopravvivenza di Israele non è quindi legata alle “storielle” che gli israeliani raccontano sulle loro origini etniche. Per Jodt, che riprende Sand, continuare ad insistere su queste origini finirà per rappresentare un handicap importante. Intanto perché i cittadini di Israele che non sono ebrei verrebbero considerati cittadini di seconda categoria: i musulmani ed i cristiani verrebbero emarginati secondo Jodt. Nell`opera di Sand si deduce che per lo scrittore Israele farebbe meglio a considerarsi come Israele e basta. Addirittura considera “perversa” l`insistenza ebraica di identificare l`ebraicità universale con un piccolo pezzo di terra. Ed è a causa di questa perversità che non si riesce a risolvere la questione arabo-israeliana. Probabilmente, afferma Jodt, il professor Sand vedrebbe bene la creazione di un solo stato arabo-israeliano e non quindi la soluzione dei due stati. È chiaro per noi che questo vorrebbe dire dopo pochissimo un solo stato arabo con la eliminazione di tutti gli ebrei e la distruzione dello Stato di Israele. Jodt suggerisce quindi nel suo articolo che gli ebrei d`America e quelli europei prendano le distanze da Israele, smettendo di aiutarlo, di finanziarlo e rendendo noto a tutti che non lo considerano il loro stato o la loro patria. Insomma secondo Jodt gli ebrei del mondo dovrebbero smettere di considerare Israele la propria patria, dovrebbero in un certo qual modo rinnegare le proprie origini. Ed anche il governo americano dovrebbe smetterla di dare tanta importanza ad uno stato così piccolo ed insignificante. Questo sarebbe lo scenario migliore che si prospetterebbe per Israele, lo obbligherebbe a riconoscere i propri limiti e lo condurrebbe a cercare di intrattenere relazioni più amichevoli con i suoi vicini. Follia pura, l`articolo di Tony Jodt rappresenta la condanna a morte dello Stato di Israele, con la complicità dell`ebreo Shlomo Sand.Per concludere Jodt vorrebbe stabilire una distinzione naturale tra chi è ebreo, ma cittadino di altri paesi e gli Israeliani che sono poi anche ebrei. La pubblicazione nel Financial Time di questo articolo così chiaramente polemico nei confronti degli ebrei e di Israele ha scatenato ovviamente una bufera di commenti. Quello che forse Jodt non ha ben compreso è che gli ebrei da sempre si sono identificati come una nazione, la nazionalità è parte integrante della loro religione. Nell`ebraismo religione e nazionalità sono inscindibilmente legate e non importa se gli ebrei di oggi non sono i discendenti biologici degli ebrei che abitarono la Palestina anticamente. Quello che conta è che ne sono gli eredi culturali e che si considerano parte della nazione ebraica. In questo senso il Sionismo non ha inventato nulla, ma ha semplicemente tradotto in un nuovo linguaggio antiche credenze. Quindi gli ebrei in America non possono dissociarsi dal destino degli ebrei in Israele, il senso di appartenenza e di solidarietà essendo troppo forte e radicato nelle coscienze e nell`essere stesso di questo popolo. Inoltre la relazione tra i cittadini che vivono nella madrepatria e coloro che invece sono all`estero è sempre molto complessa e delicata, ancora di più se consideriamo il vincolo della religione.

Benedetta Buttiglione Salazar

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Archiviato il caso Englaro: non fu omicidio volontario

Oggi è stata scritta definitivamente la parola fine al famoso caso Englaro, ovvero all´ indagine per omicidio volontario sulla morte di Eluana Englaro che vedeva come indagato il padre Beppino ed i medici della casa di cura “La Quiete” che avevano sospeso l´alimentazione e l´idratazione ad Eluana conducendola così alla morte.

Il tribunale di Udine ha archiviato il caso, sostenendo che la morte di Eluana non é stata omicidio volontario, poiché lo stato vegetativo della donna era stato dichiarato ormai irreversibile e la morte é sopraggiunta per arresto cardiaco. Se visitiamo gli ospedali e le case di cura italiane ci rendiamo conto che di Eluane ce ne sono dappertutto, ma per fortuna non tutte e non tutti finora sono stati condannati a morte e possono ancora gioire della vicinanza e dall´affetto dei propri cari. Sì, perché queste persone in coma possono sentire e rendersi perfettamente conto di quanto accade intorno a loro. Se non vogliamo sfogliare pesanti libroni scientifici e non abbiamo intenzione di conseguire una laurea in medicina, possiamo semplicemente leggere il racconto di Salvatore Crisafulli, un ragazzo trentottenne finito in stato vegetativo persistente dopo un incidente in motorino. Grazie all´aiuto dei suoi cari che si sono stretti intorno a lui e che hanno lottato con ogni mezzo perché ricevesse le cure mediche necessarie e le attenzioni affettuose della famiglia, dopo due anni Salvatore si è risvegliato. Il racconto che lui stesso fa dei due anni trascorsi incatenato nel letto è tristissimo. La parte più toccante è quella in cui questo padre di quattro figli racconta la propria disperazione nel sentire i medici intorno a lui dichiarare ai suoi famigliari che Salvatore non poteva più sentire né capire nulla. E Salvatore era impotente, la sua forza erano proprio le visite delle persone che gli dimostravano di volergli ancora bene, anche se ridotto allo stato vegetativo di una pianta. Sentire dire dai medici ai suoi genitori e a sua moglie che sarebbe presto morto del tutto era per lui straziante e la paura lo attanagliava. Chissà se anche per Eluana è andata così. Chissà se Eluana si é sentita condannata a morte per fame e per sete e se ha avuto paura del momento in cui avrebbero cominciato a staccarle il sondino ed a toglierle l´acqua. Non lo sapremo mai, ma il dubbio resta. Certo è che Eluana era viva e vegeta al momento della sospensione dell`alimentazione e dell`idratazione e non era affatto in agonia, come si leggeva in tutti i giornali. “Agonia” è la condizione di lenta ed inesorabile diminuzione delle forze vitali che precede la morte. Non può quindi esistere un`agonia lunga 17 anni. Inoltre la condizione di Eluana non era neanche “dolorosa” nel senso di sofferenze fisiche, infatti non le somministravano nessun farmaco per il dolore che invece le hanno dovuto dare durante l`agonia indotta. Come dice giustamente il dott. Luciani su Zenit, se vogliamo fare riferimento alle sue condizioni di sofferenza psicologica al sentirsi legata in quel letto, allora dobbiamo affermare che Eluana intendeva e voleva. Oltretutto Eluana non era attaccata ad alcuna macchina, non si cercava di tenerla in vita a tutti i costi, semplicemente la si aiutava a mangiare e a bere. Quale madre non ha mai nutrito il proprio bèbè, neonatino di pochi giorni incapace di mangiare e bere da solo? Eluana era tornata come un bèbè ed era accudita come tale. Non vi era quindi nulla di terapeutico o di artificiale nella sua vita. Il cibo era solido e introdotto attraverso un sondino che veniva rimosso dopo ogni pasto e le passeggiate in carrozzina assolutamente normali. Da una situazione sicuramente triste, ma non dolorosa e non forzata, si è passati ad una morte per fame e per sete, con le mucose della bocca che sono state umettate per alleviare la sofferenza della secchezza delle labbra e anti-dolorifici per il dolore provocato. Il fratello di Terry Schiavo, la donna americana in coma condannata a morte per fame e sete dal marito contro il volere dei suoi genitori, ha raccontato come il volto della sorella si contorceva nelle smorfie di dolore di chi cominciava a sentire gli effetti della mancanza di acqua e di cibo. Eluana è morta, la disperazione umana è stata più forte della fede nella vita, preghiamo per lei e per i suoi genitori e speriamo che vicende come la sua non si ripetano più e che l`uomo impari ad amare anche i più deboli ed indifesi.

Benedetta Buttiglione Salazar

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SACRALITA’ DELLA VITA -Sí alla diagnosi pre-impianto per una coppia fertile: pericoloso precedente creato dal Tribunale di Salerno

 Come commentare la notizia della decisione del Tribunale di Salerno riguardo la possibilità per una coppia fertile, portatrice di una malattia genetica, di ricorrere alla fecondazione assistita e alla diagnosi pre-impianto? 

 Non è facile, cominciamo forse dall’inizio. Ci sono due genitori quarentenni che portano scritto nel loro patrimonio genetico l’ Atrofia Muscolare Spinale di tipo A che conduce alla morte per asfissia. E di fatti hanno già perduto una figlioletta di 7 mesi ed hanno abortito altri tre figli malati, riuscendo a farne nascere soltanto uno sano. Adesso ne vogliono un altro, ma non vogliono rischiare che ne nascano altri affetti dalla malattia e non vogliono altri aborti. Si sono perciò rivolti al Tribunale di Salerno, che per loro ha derogato alla legge 40, quella che permette la fecondazione assistita e la diagnosi pre-impianto solo alle coppie che non riescono ad avere figli. Quindi per la prima volta una coppia fertile potrà fare una diagnosi pre-impianto, cioè potrà selezionare tra i tanti embrioni prodotti in vitro quelli sani e gettare quelli malati. A parte il fatto che scientificamente non è così semplice riuscire a definire al cento per cento quali sono quelli sani, con conseguente possibile perdita di bambini in perfetta salute, il punto non è esattamente solo questo.

Il punto è che per la prima volta, per ragioni umanissime di grande sofferenza di due genitori, si arriva a selezionare la specie, si fa “eugenetica”. Anzi, purtroppo non è la prima volta che questo si fa, purtroppo l’eugenetica l’abbiamo già sentita ai tempi della Seconda Guerra Mondiale e sappiamo bene a che orrori ha condotto.

Qui la situazione è diversa, qui sono una madre ed un padre che vogliono evitare una sofferenza ad un figlio, la ragione è umana e comprensibilissima, quale genitore non farebbe carte false per evitare ad un figlio di soffrire?

Ma in realtà il figlio ancora non c`é, qui si vuole applicare l’eugenetica per fare un figlio sano, perfetto, scartando quelli che rischiano di essere imperfetti. Pericoloso, molto pericoloso. Esce di nuovo, prepotentemente alla ribalta il desiderio di eliminazione degli imperfetti, come nel caso della povera Eluana Englaro, lasciata morire di fame e di sete perchè ormai non era più in grado di vivere come gli altri, perchè doveva ricorrere alle amorevoli cure di una suora per mangiare, bere, lavarsi e passeggiare in carrozzella. Imperfetta anche lei.

E adesso come la mettiamo? Ci rendiamo conto che la sentenza di Salerno crea un precedente in merito alla possibilità di derogare alla legge 40? Oggi per una grave ragione di salute, domani per evitare che nascano bambini con altre malattie anche se non mortali, poi per non mettere al mondo figli deboli, inclini ad ammalarsi spesso, con il rischio di morire precocemente, dopodomani per risparmiare ai bambini stessi nasi enormi od orecchie a sventola che potrebbero causare complessi a scuola, fino ad arrivare alla creazione dell’essere umano perfetto. Qualcuno ci aveva già pensato prima. Pericoloso, molto pericoloso.

Perchè non ci soffermiamo a riflettere per un momento su quel mucchietto di embrioni scartatai, perchè probabilmente malati? Su quel mucchietto di principio di bimbo? Non sono solo cellule, sappiamo benissimo che sono bambini che rischiano di essere malati e che hanno i capelli biondi e gli occhi nocciola o bruni con occhi azzurri. Sappiamo anche che hanno il nasino perfetto, ma c’è un’alta probabilità che svilupperanno la malattia o forse la certezza e quindi li buttiamo, non si sa mai.

Questo no, questo no, questo no….questo sì, questo sì…questo no.

No, per quanto il passo compiuto da questi genitori sia legittimo e assai comprensibile, per quanto umanamente vicini al loro dolore, alla loro terribile paura di continuare ad avere figli malati, la decisione del Tribunale di Salerno non può essere condivisa e deve invece suonare come un campanellino d’allarme.

Chi impedirà alle ultra-quarentenni di ricorrere anche loro alla diagnosi pre-impianto per selezionare figli immuni da sindrome Down?

Chi non vorrebbe un mondo popolato solo da uomini e donne sani, belli e felici? Chi non vorrebbe vivere nel Paradiso Terrestre? Purtroppo l’imperfezione ed il dolore che l’accompagna sono parte di questo nostro mondo, sono insiti nel nostro essere uomo e non possiamo eliminarli completamente, perchè con essi elimineremmo la nostra umanità.

Benedetta Buttiglione Salazar

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Musulmani in Europa: integrazione difficile se non impossibile

  La coesistenza tra occidentali ed islamici sembra sempre più difficile. Dopo il caso di Hina, uccisa dal padre e della ragazza pakistana rapita e poi ritrovata, colpevoli entrambe di vivere troppo all`occidentale, si riapre il dibattito sulla possibilità o meno di un` integrazione felice tra le due comunità.

 L`integrazione degli islamici nei paesi europei invece di diventare più naturale con il passare del tempo, diventa sempre più problematica. In nome dell`islamicamente corretto oggi vengono violati concetti occidentali importanti come quello di libertà, tolleranza ed uguaglianza e spesso anche quello della legalità. Lo spunto per questa riflessione è dato dalla recente vicenda della ragazza pakistana rapita dal padre fortemente contrario al suo modo di comportarsi troppo occidentale. Storia che ci riporta alla mente quella ben più tragica della morte di Hina, altra ragazza musulmana uccisa dal padre perché legata sentimentalmente ad un italiano.

Ma senza arrivare a questi casi estremi di incompatibilità tra due religioni, possiamo menzionare che in Gran Bretagna alcuni bambini vengono condannati dai tribunali per comportamenti non conformi all`islamicamente corretto; in Italia nasce la prima piscina per sole donne musulmane; sulle spiagge della Costa Azzurra donne islamiche prendono il sole interamente velate. Nell`Europa occidentale e democratica i musulmani si rinchiudono da soli in ghetti perché si rifiutano di accettare le regole del vivere civile che gestiscono i nostri rapporti. Essi credono di avere difeso i propri diritti quando ottengono dai gestori di una piscina di Bergamo, di proprietà della Diocesi, di riservare tutti i giovedì la struttura alle donne musulmane. E`chiaro che così non si favorisce l`integrazione, ma si rischia di legittimare ghetti. Come anche in Costa Azzurra, nelle spiagge tra Monte-Carlo e Nizza non è raro vedere passeggiare giovani musulmani in costume accompagnati da donne coperte da capo a piedi, che si buttano in acqua così per trovare un po´di refrigerio.

E c`è anche il caso della quattordicenne inglese Codie Stott, denunciata per razzismo dall`insegnante, arrestata dalla polizia, trattenuta in cella, fotografata e schedata con impronte digitali, interrogata per crimini razziali di ordine pubblico, il tutto per aver chiesto di seguire una ricerca scientifica con un altro gruppo di studio, perché in quello che l`insegnante le aveva assegnato c`erano solo ragazze che parlavano urdu. Forse la scuola potrebbe piuttosto preoccuparsi delle alunne che ancora non imparano l`inglese.

La Fourth National Survey of Ethnic Minorities, ha condotto un`indagine che raccoglie dati su attitudini religiose, caratteristiche socio-economiche e luogo di residenza delle minoranze etniche nel Regno Unito. Dalle statistiche emerge l`importanza che i musulmani danno alla religione, come abbiano un livello di vita molto più basso dei non musulmani, un`istruzione assai scarsa, una probabilità più che doppia di essere disoccupati e come vivano in aree segregate, per l`appunto ghetti. É abbastanza scontato che da qui partano gli episodi di criminalità e violenza che contraddistinguono queste minoranze. La velocità di integrazione dei musulmani, poi, è di gran lunga minore rispetto a quella mostrata dagli altri gruppi e il tempo trascorso nel Regno Unito non mostra alcun effetto sostanziale sulla loro capacità di integrarsi. Un dato che sorprende è che più i musulmani sono istruiti, più sono radicati nella loro fede religiosa che li porta a non integrarsi. Non sono quindi solo i meno abbienti che rimangono al margine della società per mancanza di mezzi economici, ma anche e soprattutto coloro che parlano la lingua del posto e vivono in aereo miste, non ghettizzate cioè.

La situazione delle donne musulmane é particolarmente complicata, da una parte rivendicano il diritto di avere parità di diritti e di opportunità con gli uomini, sia a livello sociale, sia famigliare, dall`altra sono completamente sottomesse agli uomini e non hanno nessuna voce in capitolo in quanto alla possibilità di integrarsi nella società che le accoglie. E chi paga il prezzo più alto per questa situazione sono le giovani generazioni ed infatti la storia di Hina e della giovane pakistana ne sono un triste esempio.

 Benedetta Buttiglione Salazar

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