Messico: la democrazia continua a vincere

Sei anni dopo la storica svolta democratica avvenuta nell’estate del 2000, Il Messico torna a votare.

Domenica 2 luglio ha votato quasi il 60% dei 71 milioni di messicani aventi diritto, una affluenza straordinaria per il paese.

Alla chiusura delle urne, secondo il moderno sistema di conteggio rapido dei voti, i due candidati favoriti sono risultati praticamente testa a testa: 37, 37% l’esponente del partito al governo, Partito Azione Nazionale, Felipe Calderon Hinojosa, di destra moderata e 36,23% Andres Manuel Lopez Obrador , del Partito della Rivoluzione Democratica, di sinistra, ex sindaco di Città del Messico.

I risultati definitivi si avranno solo mercoledi’, ma sembra già profilarsi una situazione simile a quella vissuta in Germania ed in Italia, in cui si dovrà conteggiare fino all’ultimo voto per poter essere certi del risultato.

L’unica nota evidente è la disfatta totale del Partito Rivoluzionario Istituzionale che per 71 anni ha governato il paese con il pugno di ferro, fino alle prime elezioni democratiche nel luglio 2000. Il suo candidato, Roberto Madrazo sta raccogliendo, per ora, solo il voto duro di partito, che corrisponde più o meno al 20% dei suffragi.

In Messico non esiste ballottaggio e si puo’ essere eletti presidente con la maggioranza semplice dei voti.

Per la prima volta nella storia hanno potuto votare anche i messicani all’estero, che solo negli Stati Uniti sono più di 10 milioni e le loro preferenze sono andate in massima parte a Felipe Calderon.

Le elezioni si sono svolte in un clima complessivamente sereno e si sono registrati pochi incidenti elettorali, dovuti soprattutto al fatto che non erano state istallate per tempo tutte le cabine elettorali.

E’ inevitabile ripensare agli anni passati, in particolare al 2000, quando le frodi elettorali erano state organizzate su tutto il territorio nazionale.

Spesso la elezione del candidato designato dal presidente ancora in carica era lasciata alla fantasia e creatività del boss politico locale. Non era raro che in alcuni borghi più sperduti il nuovo presidente venisse eletto con il 110% dei voti, in segno di rispettoso omaggio.

Questa volta gli imbrogli sono stati contenuti, ma l’alta affluenza alle urne è il risultato del clima di preoccupazione che ha regnato negli ultimi sei mesi, durante la campagna elettorale più lunga, accanita e costosa della storia del Messico.

Felipe Calderon Hinojosa, nasce il 18 agosto del 1962 e con i suoi quasi 46 anni è uno dei candidati più giovani alla presidenza della Repubblica che il Messico abbia mai avuto. Laureato in giurisprudenza in Messico, si è specializzato in amministrazione pubblica ad Harvard ed in Economia all’ITAM, una delle più prestigiose università messicane.

Sposato con tre figli, è stato presidente del PAN , deputato e ministro dell’energia nel governo Fox.

Nel suo programma di governo ha affermato di voler cominciare a privatizzare in parte il settore energetico che, con il petrolio, rappresenta la principale risorsa produttiva ed una delle principali fonti di ricchezza del paese, fino ad oggi controllata esclusivamente dallo stato.

Andres Manuel Lopez Obrador nasce nel 1953 ed è tra i fondatori nel 1989 del Partito della Rivoluzione Democratica, una scissione del PRI, il Partito Rivoluzionario Istituzionale, al governo dal 1930.

Il PRD si colloca decisamente a sinistra, riunendo in una sola formazione politica tutti i piccoli partitini comunisti e socialisti dell’epoca.

Lopez Obrador è stato sindaco di Città di Messico dal 2000 al 2006 e la sua amministrazione è stata caratterizzata da un aumento sensibile del tasso di criminalità e di corruzione della città.

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