Un po’ di fatti miei (1)

La storia della famiglia Salazar comincia tanti e tanti anni fa, 11 per l’esattezza. O forse addirittura ancora prima, forse quando Carlos ed io ci siamo conosciuti ed eravamo fidanzati con altri due.  Quante cose sono accadute da quel giorno e da quel caffè a Piazza Ungheria nel lontano 1995. Io portavo una giacca Barbour, perciò non poteva già essere estate, anche se mi ricordo perfettamente di non aver acconsentito a conoscere Carlos prima di aver dato l’esame di Diritto pubblico  ed io non ho mai frequentato i pre-appelli, perciò dovevamo essere comunque almeno a maggio. Pioveva e mi avviai all’Hungaria curiosa di scoprire perchè questo tale Carlos Salazar, secondo me amico di mio padre, quindi forse anche dell’etá o giú di lí, avesse tanto insistito per conoscermi. Non c’eravamo mai visti prima, sapevo che era venuto a casa nostra varie volte per incontrarsi con papà, ma noi figlie ci barricavamo sempre in stanza, chiudendo la porta divisoria. Non avevamo nessuna intenzione di incontrare i vari seminaristi, preti ed intellettuali, amici di mio padre. Almeno non in tuta e ciabatte come giravamo per casa quando stavamo studiando. Ma Carlos Salazar era diverso, pare avesse una fidanzata, così mi aveva detto papà per rassicurarmi sul fatto che non aveva strane intenzioni e suonava la chitarra. Mah…per me rimaneva uno degli strani studenti di mio padre, così come mia madre in cucina la sera prima mi aveva confidato con aria sprezzante.

E così conobbi Carlito, aveva solo 26 anni alla fine, ma era in giacca e cravatta con ventiquattore, capello ingelatinato e panzetta. Assolutamente non il mio tipo, é perciò davvero un mistero come mi piacque immediatamente. Intendiamoci, come amico, io stavo vivendo da qualche mese la mia prima seria esperienza amorosa e ne ero entusiasta. Carlos peró si conquistò all’istante la mia amicizia ed il mio cuore. Decisi subito che avrei voluto bene a quel tipo buffo, assolutamente inoffensivo e simpatico che mi stava raccontando una marea di cose pseudo-colte ed intellettuali che non capivo affatto. Ma lui  mi piaceva, mi ispirava affetto, saremmo stati amici. A quel tempo c’era chi diceva che per essere mio amico ci voleva la patente. Effettivamente sono sempre stata una tipa piuttosto riservata, timida, direi poco socievole, incredibile quindi come per me fosse stato così naturale volere bene a Carlito.

La seconda volta che lo vidi fu al compleanno di io padre, il 6 giugno, quando andai nel suo ufficio a pranzo per portare pizzette e dolcetti a tutto lo staff. Carlos era lì, in una stanza in uno dei piani di sotto e andai di filato a offrirgli l’aperitivo. Lo trovai che si stava organizzando la festa di laurea con un paio di amche e venni subito reclutata nell’organizzazione.

Mi ricordo perfettamente anche la sua festa di laurea in un pub dell’EUR. Lui non lo vidi per nulla, occupato tutto il tempo a ballare con la sua famosissima fidanzata spagnola arrivata dritta dritta da Madrid ed io invece feci una bellissima litigata con il mio di fidanzato che aveva flirtato tutta la sera con una delle amiche organizzatrici. Insomma una bella festa, alla fine della quale bucammo anche una ruota della macchina.

Che dire? Questi sono stati i primi due mesi della nostra amicizia, una specie di colpo di fulmine assolutamente casto ed intellettuale, ma ci piacevamo così tanto che cercavamo tutti e due di piazzarci con i nostri amici. Non ho mai capito perchè Carlos non considerasse seriamente il fatto che io fossi già fidanzata e continuasse a presentarmi amici suoi nella speranza di accasarmi. Comunque sia non funzionava mai ed io rimasi per altri due anni con il mio cavaliere, fino a quando lui non si lasciò definitivamente con la sua dama.

Nel frattempo eravamo diventati davvero amici, studiavamo insieme, preparavamo gli esami, organizzavamo conferenze e corsi di studio estivo, ogni tanto uscivamo la sera in gruppo con gli amici. La sua ragazza c’era e non c’era, ma anche quando non c’era tutti ne parlavano con toni così ammirati che sembrava la Madonna scesa in terra. Quando si mollarono, subito dopo la famosa festa di laurea, Carlos ci restò così male che perse un bel po’ di chiletti, diventando improvvisamente un fighettino. Ma anche allora non fece presa su di me in quanto possibile uomo, rimaneva sempre un amico, l’amico a cui volevo più bene in assoluto, colui che portava il sole nella mia vita e che mi rischiarava la giornata, colui che mi faceva amare la vita. Era tutto questo per me, ma la scintilla non era ancora scoccata.

Per due anni quindi fummo amici, lui si rimise con la sua fiamma spagnola e dopo un anno circa decisero di sposarsi. L’annuncio fu dato a una festa di amici a Oxford, da una lei scintillante di modestia e da un Carlito ubriaco fradicio. Mi ricordo che la notizia non mi fece nè caldo nè freddo. In fondo ce lo aspettavamo tutti, i due erano la coppia del secolo e prima o poi sarebbe dovuto accadere. Una volta passati i postumi della sbornia, chini sui libri dell’università, ragionammo insieme -e qui rivendico la maternità dell’idea- che forse era il caso che prima di procedere ad un passo così decisivo i due piccioncini abitassero  nella stessa citttà per un po’ di tempo e sperimentassero una relazione quotidiana. Ovviamente Carlito accettò entusiasticamento il consiglio e si trasferì un anno a Madrid.

La sera prima della sua partenza uscimmo a cena per salutarci. Io non sapevo che saremmo usciti a cena, perciò mi ero già fatta il mio tazzone di cereali e non avevo nessuna voglia di mangiare di nuovo. D’altra parte non potevo non salutare Carlos e così ci demmo appuntamento al Cul de Sac in centro. Insieme ad un risotto al pesto, una buona bottiglia di vino ed altra solenne sbornia. O almeno voglio credere che fosse brillo, perchè mi attaccò una sviolinata su che ragazza fantastica fossi, di come mi meritassi il meglio dalla vita, di come dovessi avere fiducia che prima poi o poi sarebbe arrivato, proprio perché io ero così meravigliosa. Alla fine la situazione non mi quadrava più tanto e mi ricordo che pensai “ma come, questo sta partendo per andare a coronare il suo sogno d’amore con la sua promessa sposa e dice tutto questo a me….?”. Perciò tagliammo corto e dovetti pure pagargli cinquantamila lire la cena dato che non aveva soldi. Dopodiché lo accompagnai al Bancomat a ritirare per farmeli restituire, visto che poi partiva e chissà quando lo avrei rivisto. Poi me ne tornai a casa e me ne andai a letto.

L’indomani mi telefonò la mia amica del cuore Francina  e ricordo che quando mi chiese di Carlos le risposi “È partito e non ci voglio pensare”. Sapevo dentro di me che con lui se ne era andato il sole e quella positività della vita che mi aveva fatto conoscere. Avevo il cuore grosso, ma accantonavo la riflessione.

E trascorse un altro anno nel quale io andai a New York a fare uno stage alle Nazioni Unite e mi divertii da morire, maturando la consapevolezza che la mia storia d’amore era ormai agli sgoccioli. Una sera del freddissimo inverno newyorkese del 1997 mi telefonò Carlito sul mio cellulare americano: aveva trovato una cabina del telefono rotta, poteva chiamare ovunque gratuitamente e voleva farmi un salutino. Inspiegabilmente mi emozionai moltissimo, ero praticamente fuori di me dall’emozione e lo raccontai alla mia amica Tanya che non capiva come mai fossi così eccitata per la telefonata di un amico. Ed effettivamente non lo capivo neanch’io. Adesso, col senno di poi, rifletto che forse il mio cuore era molto più avanti della mia testa. Il mio cuore aveva riconosciuto Carlos il primo momento che lo aveva visto e subito lo aveva amato. La mia testa per due anni e mezzo non se ne era resa conto, ma lasciava il cuore volergli quello strano bene immenso, facendo finta che fosse naturale.

Dal primo momento in cui l’ho conosciuto Carlos per me è stato unico. In realtà credo che sia una persona unica per tutti, non solo per me. Credo che incarni la positività della vita, la bellezza, il sole, perchè è davvero una persona speciale e so che, come me, lo dicono molte persone che entrano in contatto con lui.

Sta di fatto che, tornata da New York, sapevo di dover affrontare la questione del mio rapporto sentimentale che per me era ormai finito. Non era facile, il mio fidanzato era stato per me più un carissimo amico che un vero fidanzato e continuavo a volergli moltissimo bene, non avrei voluto fargli del male per nulla al mondo. Non sapevo bene come avrei risolto la situazione, ma una cosa era certa, la storia era finita.

Carlos era tornato a Roma per dare un esame al quale era arrivato il giorno dopo. Perciò, cerca cerca in bacheca, l’esame non appare e…ops… scopriamo che era stato ieri. Per consolarci ci andiamo a mangiare una pizza, se non erro da Pizzarè a via di Ripetta.

Per la prima volta in due anni parlammo delle nostre questioni sentimentali e ci rendemmo conto di avere gli stessi problemi con i nostri rispettivi. Ma il modo di affrontarli risultò differente.

Betta disse “ e perciò io credo che ci lasceremo, non posso portare avanti un rapporto così”

Carlos disse “ io invece mi sposerò, queste sono cose che si possono risolvere nel matrimonio”.

Ci lasciammo fuori dalla pizzeria con una stretta di mano e la promessa dell’invito al suo matrimonio.

(to be continued…)

Passò l’estate, venne l’autunno, le foglie ingiallite cominciarono a cadere e di Carlito nessuna notizia. Io continuavo a trascinare la mia storia ripetendomi ogni sera che avrei dovuto mettervi un punto al più presto, ma senza mai riuscirci. Poi non mi ricordo più, credo ad un certo punto di aver telefonato a Carlos per sapere che fine aveva fatto: “allora questo matrimonio?  S’ ha da fa’ o non s’ha da fa’?”

“ma come non lo sai? Mi sono lasciato con Guendalina (nome di fantasia). Avevi ragione tu, quei problemi erano davvero insormontabili ed ora sono felicissimo. E tu?”

“mahh…ecco..io ci sto ancora insieme in realtà….ok, ci vediamo quando vieni a Roma per l’esame”.

Ed improvvisamente, ancora una volta irrazionalmente, sono saltata in cucina dove mia madre stava cucinando e le ho gridato la novella “mamma! Carlos si è lasciato con Guendalina!” e quella donna razionale e posata che è mia madre mi ha risposto sinceramente stupita “sì, ma a te che te ne importa?”. Effettivamente….a me che me ne importava? Non seppi rispondere a questa domanda, ma due settimane più tardi trovai finalmente quel coraggio che mi era sempre mancato e scrissi la parla fine alla mia storia sentimentale.

E trascorsero poi due mesi un po’ buii, Carlos era a Madrid, io a Roma, uscendo con vari amici, un po’ per dimenticare e un po’ per rimorchiare, riuscendo a fare sia l’una che l’altra cosa, mentre nel frattempo studiavo per finire gli ultimi esami.

Poi Carlitos scese a Roma per dare un esame e decise di fermarsi un po’, così riprendemmo a studiare insieme e a confidarci le nostre pene d’amore ed i nostri nuovi amorazzi che erano seguiti alla fine dei fidanzamenti. Addirittura lui si offrì volontario per accompagnarmi in Croazia a cercare di fidanzarmi con quello che all’epoca ritenevo essere il mio vero grande amore. Non so proprio perchè, ma alla fine l’idea di andare a rimorchio con Carlos al seguito mi strideva un po’ e decisi di lasciar perdere. A quel punto il mio compagno di studi se ne ritornò a Madrid dove si rifidanzò con una nuova tizia la cui foto sbattè subito nel cassetto quando lo andai a trovare in Spagna poco prima di Natale. Incredibile come allora notai il gesto, mi sembrò strano, ma non ne afferrai il senso. In quel fine settimana a Madrid ebbi un assaggio della vita che il mio amico conduceva quotidianamente: feste, pubs, bar e poi ancora feste, bar e pubs. Insomma, un mortorio. A tutti gli amici che mi chiedevano il motivo della visita rispondevo candidamente che ero venuta per stare con Carlos e mentre lo guardavo circondato da tutte quelle sciacquette spagnole sentivo dentro di me un sentimento di tranquillo possesso unito ad uno di appartenenza naturale che non so proprio da dove traessero origine. Per me era assolutamento scontato che Carlos era mio e che io ero sua, come amici naturalmente, e che gli amici non si appartengono l’un l’altro?

Forse lì, per la prima volta, ho sentito un pizzico di gelosia, ma proprio minimo, visto che ero assolutamente sicura di avere un posto importantissimo nel suo cuore. Già, ma forse cominciavo a vagamente non avere più chiaro di che natura fosse quel bene immenso che gli volevo. Ed una domenica sera andammo a Messa con gli amici in una chiesetta vicino alla cabina rotta da cui all’inizio dell’anno mi aveva telefonato. E qui, mi secca un po’ raccontarlo dato che non sono assolutamente una mistica anche se mi piacerebbe tanto, ebbi come una fulminazione. Nel raccoglimento, una luce: io sono innamorata di Carlos, io amo Carlos, Carlos è mio ed io sono sua, noi ci apparteniamo, da sempre e per sempre. Ecco perchè gli ho sempre voluto questo bene così immenso, spontaneo, naturale e genuino. Ovviamente tenni questa rivelazione per me e l’indomani me ne tornai a casa a Roma con questa nuova, sconvolgente consapevolezza a cui se ne aggiunse immediatamente un’altra, se possibile ancora più sconvolgente: io devo sposarlo, è ovvio ed ora che lo so lo voglio sposare il prima possibile.

All’epoca avevo 23 anni ed ero una ragazza piuttosto determinata, diciamo che avevo solo un problema: “secondo te posso sposare un uomo alto come me?, insomma siamo praticamente uguali, se mi metto le ballerine dico” chiesi seriamente alla mia amica Monika alta più di me che mi era venuta a prendere all’aeroporto.

“Ma…perchè no….sì, se pensi davvero che sia quello giusto direi di sì, se senza tacchi siete uguali.” “Ok, allora voglio sposare Carlos Salazar”.

Era il 23 dicembre pomeriggio e presi la saggia decisione di aspettare un po’ prima di comunicare a mia madre che avevo ormai trovato il mio futuro sposo. Chissà perchè sentivo che non sarebbe stata entusiasta della notizia e decisi di comunicarglielo il 27 pomeriggio sul volo Roma-New York che ci portava tutti nella Grande Mela per festeggiare Capodanno ed i 25 anni di matrimonio dei miei. Mia madre stava leggendo il giornale, mi avvicino di soppiatto, mi siedo sul bracciolo della poltrona ed attacco; “Ciao mamma, come va?”

“Bene grazie”, “Senti volevo dirti così…una cosa…che ne dici se sposo Carlos Salazar?”

“Ma figurati! Per lui sei solo un’amica”, replicò disinteressata sfogliando il Corriere.

“No mamma, dico sul serio, vedrai, mi sposo con Carlos Salazar”. “Vedremo” e sbadigliò.

La parte più difficile era fatta, l’avevo detto a mia madre. Ora mi rimaneva solo da comunicarlo a Carlos.

La vacanza newyorkese trascorse alla grande. Feci shopping da Victoria Secret’s comprandomi un baby doll di seta rossa da mettere solo in viaggio di nozze e fantasticai sul grande cambio che mi preparavo a vivere….cavoli, sposare Carlos ed andare a vivere in Messico, mica so’ bruscolini.

 

 


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