Perchè le donne non sono solo Ruby e le sue amiche.

In un mondo come il nostro, in cui l’essere femminile viene così svilito dalle ultime cronache dei giornali sulle varie orgie ed Olgettine vale forse la pena riflettere sul fatto che dall’altra parte dell’oceano ci sono donne con un coraggio ed un valore inimmaginabili e, forse, invidiabili. Accade in Messico, in un paese martoriato dalla guerra che il presidente Calderon ha dichiarato al narcotraffico e che sta insanguinando la vita quotidiana della popolazione civile, inerme ed innocente. Una guerra che spaventa, e a ragione, molti uomini, ma che nonostante la sua violenza ed i suoi colpi indiscriminati non ha piegato del tutto gli uomini e le donne che amano il proprio paese e che sono pronti a tutto pur di difenderlo. I messicani sono un popolo strano per noi occidentali, per noi italiani oserei dire. I messicani amano la loro terra più di se stessi e sono pronti a sacrificarsi per il proprio paese come se fosse davvero un parente prossimo, direi proprio come se fosse un padre o una madre. Ecco, si potrebbe dire che i messicani hanno verso la propria patria un amore filiale, tenero e forse commovente per noi, ma tenace, fedele e responsabile per loro. “Mexico lindo y querido”, già solo questa definizione che ricorre spesso, se non sempre, quando i messicani si riferiscono alla propria patria dovrebbe spiegare il tipo di relazione che intercorre tra i cittadini ed il paese. E non sono solo gli uomini, ma anche le donne, anzi, forse ancora più le donne, le mamme, che riescono ad unire all’amore filiale, l’amore materno che è proprio di una donna, sia essa già madre o no. Non deve stupire quindi, anche se a prima vista lascia davvero sbigottiti, che nei luoghi caldi della guerra al narcos, nei temibili stati di Chihuahua e Michoacan, ben quattro donne, casalinghe o studenti, si sono offerte di assumersi incarichi pericolosi che nessun uomo ha voluto ricoprire. Veronica Rios Ontiveros è una casalinga di 34 anni con quattro figli e un marito ed ha accettato di candidarsi ad un posto che nessun uomo ha voluto, cioè quello di commissaria di polizia a Samalayuca, un paesino vicino a Ciudad Juarez, città tristemente famosa per le migliaia di crimini commessi contro le donne. Se le chiedi perché ha accettato un incarico così pericoloso ti risponde con una semplicità disarmante che lo fa perché fino adesso la polizia è stata corrotta e non ha compiuto in maniera adeguata il lavoro che le corrispondeva. E allora lo fa per i suoi figli, perché possano vivere un futuro migliore. Poi c’è Olga Herrero Castillo, capo della polizia di Villa Luz, anche questo paesino nei pressi di Ciudad Juarez. Prima di candidarsi ed essere eletta in quanto candidato unico, Olga era una casalinga di 43 anni, madre di cinque figli, stanca delle ondate di violenza che insanguinano il suo paese. Ma queste donne sono esseri soprannaturali che non hanno paura? “Certo che ho paura – ha riconosciuto candidamente Olga – però poi mi faccio coraggio e la paura passa. Lavorerò per la mia famiglia e per il mio popolo.” Chapeau. A queste due si aggiunge Marisol Vallés Garcia, una giovane di 20 anni appena, studentessa di Criminologia, sposata e madre di un bimbo di 11 mesi, da novembre scorso a capo del commissariato di polizia della cittadina di Praxedis, a est di Ciudad Juarez. “Qui tutta la gente ha paura, tutti abbiamo paura, però trasformeremo questa paura in sicurezza”, afferma coraggiosamente. A Praxedis nessun uomo ha voluto occupare il suo posto, troppo annichiliti per il terrore: infatti l’ultimo capo di polizia è stato trovato decapitato, il corpo gettato da una parte, la testa da un’altra. Alla fine Marisol si è fatta avanti ed ha accettato l’incarico, anche lei per il suo bambino e per il suo paese, questo “Mexico lindo y querido”. Al momento in cui scriviamo questo articolo queste tre donne coraggiose sono ancora vive. Purtroppo non possiamo dire lo stesso di Hermila Garcia Quinones, laureata in Legge ed Informatica, che a 38 anni fu la prima donna in assoluto ad essere nominata capo della polizia municipale in Messico, nel municipio di Meoqui. Hermila è stata crivellata di colpi lo scorso 29 novembre 2010, soli 50 giorni dopo aver assunto il comando. E poi ce ne sono altre di giovani donne coraggiose, la maggior parte ventenni che si arruolano nella polizia nel Valle di Juarez e che girano armate per le strade a volto scoperto, con la consapevolezza di poter essere uccise da un momento all’altro, ma con la grinta e la determinazione di chi vuol dire basta alla violenza, al sangue che scorre a fiumi per le strade, alla paura che attanaglia i cuori della gente innocente.

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La festa della mammma

Vado a prendere Kiko oggi a scuola e come sempre ho paura di incrociare la maestra in corridoio. Sguardo basso e  camminata veloce non bastano a dissimularmi:

“Madame Salazar! Bonjour”

“Bonjour Juf Reyn…..tutto bene?”

“Tutto bene, grazie, le volevo solo dire che Kiko oggi si è rifiutato ostinatamente di preparare il regalino per la festa della mamma. Si tratta di un cuore di cartone su cui deve scrivere -Mamma ti voglio tanto bene-”

Accidenti, penso dentro di me  un po’ dispiaciuta.

“Mah…diciamo che lo posso capire…sa, forse essendo un maschietto…non voleva scrivere frasi un po’ sdolcinate….” cerco di giustificarlo davanti alla maestra ed al mio cuoricino infranto.

“No, non è questo, doveva scriverlo in fiammingo e ha detto che era inutile perché mamma non avrebbe capito niente.”

“Uhm…grazie Kiko.” Benedetto fiammingo.

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Dedicato alle madri di famiglia

Ragazzi che strizza, oggi si saprà forse un po’ di più del mio futuro. Non sono angosciata, ma senz’altro ho bisogno di sapere che ne sarà di me, se continuerò o meno e quindi se avrò ancora a disposizione il mio stipendio e quindi potermi comprare la casa o no. Accidenti che situazione. Dopo aver lavorato diciamo 4 mesi veri e intensi potevo dire che mi erano passati i grilli per la testa di quella che voleva assolutamente fare carriera. Eh già, io mi ripetevo e ripetevo sempre che avevo studiato per lavorare e mi sentivo frustratissima a casa. In realtà per la prima volta mi sto rendendo conto che cosa significa essere madre di cinque pargoli quando i pargoli crescono. È proprio vero il detto “bimbi piccoli problemi piccoli, bimbi grandi problemi grandi”. Adesso comincio a rendermene conto e a rendermi conto che anche senza lavorare ho una vita pienissima e che, anzi, lavorare full time diventa quasi incompatibile con tutta l’attenzione ed il tempo che devo dedicare ai miei giovani virgulti. Allora forse penso che finora sono stata anche molto influenzata dalla società e dalla gente che mi circonda. Per tutti una donna deve lavorare per realizzarsi e se non lavora è una persona a metà. Solo il lavoro appaga e realizza. Ci ho creduto per molto tempo, ma adesso non più. Adesso dico alle madri che sono a casa a prendersi cura della prole che le capisco ed ammiro ed invidio, perché davvero svolgono a tempo pieno il lavoro più delicato e più pieno di responsabilità. Adesso rimarrei volentieri a casa, adesso con i problemi del fiammingo di Sofia e la mancanza di responsabilità scolastica di Kiko. Con la paura che me li bocciano per immaturità, con Mariana di 15 mesi che non ci pensa proprio a dire “mamma”. Adesso davvero resterei a casa, ma adesso purtroppo è anche il momento in cui ho più bisogno di lavorare. Siamo diventati tanti ed un solo stipendio, per quanto buono, è molto risicato. Adesso vorremmo comprarci la casa. Adesso è quando le esigenze dei bambini diventano sempre più pressanti. Va bene, siamo nelle mani di Dio, vedremo che accadrà, in ogni caso devo pensare che sarà per il meglio.

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Un momento di amicizia

Oggi rifletto sul valore dell’amicizia. Non soltanto dei grandi amici, di coloro che sono come fratelli, che sono capaci di grandi gesti e grandi dimostrazioni. No, oggi rifletto sull’importanza e la bellezza degli amici che ci accompagnano quotidianamente, di coloro che abbiamo incontrato perché sono i nostri compagni di viaggio e di vita. Grazie ad Emmanuel ed Aimée, che mi hanno invitata a pranzo in una giornata che prometteva essere un po’ deprimente e che stentava ad ingranare. Loro non lo sapevano e così mi hanno regalato un momento piacevole in cui abbiamo chiacchierato delle nostre vite, scambiandoci inquietudini, preoccupazioni, ma anche piccoli successi e speranze per il futuro. Non so, ma per noi che siamo emigrati in un altro contesto, diverso dal nostro conosciuto e sperimentato dai nostri genitori, è importante riuscire a confrontarsi con gli altri che vivono la nostra stessa esperienza e scoprire che non siamo gli unici a vivere certi avvenimenti e a provare certe emozioni e preoccupazioni. Ed è bello scoprire la solidarietà.

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Dipendenza

Sto per morire, se non mangio urgentemente della cioccolata il cervello mi va in pappa. É tremendo, questa addizione che poi addizione vera non é mi sta distruggendo. E dire che con l`allattamento di Sofia, la mia primogenita otto anni fa, ero riuscita a disintossicarmi. Ma non c`é davvero niente da fare, la ciocccolata è troppo importante per me, direi anzi che é fondamentale. E non sono l`unica, lo so benissimo, allora perché noi donne siamo così? Chi lo sa, ci sarebbe da farci una lunga disquisizione sopra. Probabilmente perchè la cioccolata é una carezza e noi donne abbiamo bisogno di essere accarezzate. Perchè la cioccolata é una gratificazione e noi donne abbiamo bisogno di essere gratificate. La cioccolata cremosa che si fonde in bocca lascia una senzazione di dolcezza che poi ci accompagna per un lungo momento e noi donne abbiamo bisogno di essere accompagnate, meglio se con dolcezza. E poi, diciamoci la verità, perché noi donne siamo molto meno esigenti degli uomini e ci accontentiamo molto più facilmente: una tavoletta di cioccolata basta per garantirci la felicità almeno per una buona mezz`ora, mentre gli uomini hanno sempre bisogno di sensazioni estreme per essere felici ed appagati. Non mi fraintendete, io amo gli uomini, ma dopo undici anni di vita in comune con quello che a suo tempo ritenni  il migliore su terra…beh…alcune cosette le ho imparate anche io. Una donna che ha il raffreddore si preoccupa del proprio aspetto fisico, un uomo scrive testamento. Una donna col mal di testa per una settimana si prende due aspirine al giorno per una settimana, un uomo si ricovera.  Una donna che si fa un taglietto al dito se lo mette in bocca, un uomo si fascia la mano e si lega il braccio al collo. Ma questa é la natura umana. Adesso scappo a comprarmi il mio cioccolatino Côte d`Or al latte ripieno di crema alla nocciola, magari mi addolcirà l`animo.

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Benedetto XVI: “la conversione del cuore può sorreggere l`impegno per sradicare la miseria, la fame e la povertà in tutte le loro forme”.

L’intervento del Sommo Pontefice all’apertura del vertice sull’alimentazione della Fao sottolinea come si debbano cambiare gli stili di vita. Forti richiami all’ultima enciclica Caritas in Veritate

Si é aperto ieri 16 novembre a Roma il Vertice Mondiale sulla Sicurezza Alimentare organizzato dalla FAO.

Sono presenti una sessantina di paesi, ma purtroppo mancano all´appello i governanti di quasi tutte le nazioni più ricche del pianeta e questa mancanza toglie evidentemente forza alla dichiarazione sottoscritta nel palazzo di Viale delle Terme di Caracalla.

Gli interventi che hanno portato alla sottoscrizione di questa dichiarazione sono stati numerosi e tra questi di rilievo immancabilmente l`apertura di Benedetto XVI, che per la seconda volta in un mese si pronuncia sulla questione della povertà e della fame nel mondo. Infatti già precedentemente, in occasione della Giornata Mondiale dell`Alimentazione, il Papa aveva sottolineato che nella lotta contro la fame “occorre cambiare stili di vita, promuovere lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri e mettere da parte privilegi e profitti”.

Ieri Benedetto XVI ha aperto la sessione ricordando la crisi economica e finanziaria che stiamo vivendo, con la conseguente drammatica crescita del numero di chi soffre la fame.

Secondo il recente Rapporto annuale sullo stato dell`alimentazione nel mondo, pubblicato dalla FAO e dal Programma alimentare mondiale (PAM) nel 2009, quest´anno per la prima volta il numero delle persone che patiscono la fame ha superato il miliardo, arrivando a un miliardo e 20 milioni, con un incremento del 9% solo nell`ultimo anno.

È nei paesi in via di sviluppo che nasce e vive la maggior parte degli affamati.

In Asia e nel Pacifico sono circa 642 milioni gli indigenti. Nell`Africa sub-sahariana 265 milioni. In America Latina e Caraibica vivono in stato di estrema povertà 53 milioni di persone, mentre nel Vicino Oriente e in nord Africa sono 42 milioni.

Forse non tutti sanno però che anche nei Paesi ricchi del nord del mondo c`è chi non riesce a mangiare tutti i giorni. A casa nostra gli affamati sono ben 15 milioni.

“Tutto ciò mentre si conferma il dato che la terra può sufficientemente nutrire tutti i suoi abitanti (…) e globalmente tale produzione è sufficiente per soddisfare sia la domanda attuale, sia quella prevedibile in futuro.” Queste parole del Papa Benedetto XIV aprono gli occhi di chi non vuole vedere ed inducono alla riflessione.

Quindi da mangiare ci sarebbe per tutti e questo fatto é testimoniato, secondo il Papa, dalla deprecabile distruzione periodica di derrate alimentari in funzione di lucro economico.

Già nella Caritas in veritate il Papa aveva osservato che “la fame non dipende dalla scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali é di natura istituzionale (…) quello che manca è un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all`acqua regolare e adeguato (…) sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari.”

Per il Papa il cibo non deve essere considerato come tutte le altre merci e quindi prodotto e commercializzato rispondendo solamente alla pura logica del mercato. Non si deve speculare sulla produzione alimentare, ma si deve investire nelle infrastrutture dei Paesi più poveri per renderli capaci di produrre per la propria sopravvivenza.

La fame nel mondo potrà essere sradicata se le regole del mercato saranno improntate alla cooperazione in maniera coerente con il principio di sussidiarietà. Secondo il Papa le comunità locali devono essere coinvolte nelle scelte e nelle decisioni che riguardano l`uso della terra coltivabile ed i Paesi ricchi che possiedono i mezzi e l`expertise dovrebbero trasmettere il proprio know-how ai Paesi più poveri., “sostenendo con piani di finanziamento ispirati a solidarietà tali Nazioni.”

Benedetto XIV parla proprio di “solidarietà della presenza, accompagnamento, formazione e rispetto” insieme al “diritto di ciascun Paese a definire il proprio modello economico, prevedendo i modi per garantire la propria libertà di scelta e di obiettivi.”

In questo modo la via solidaristica per lo sviluppo dei Paesi poveri può diventare anche una via di soluzione della crisi globale in atto.

Ma il Papa ci mette anche in guardia contro un pericolo insidiosamente nascosto nella nostra natura umana: quello di considerare ormai la fame come strutturale, rassegnandoci al fatto che sia ormai parte integrante della realtà socio-politica dei Paesi più in difficoltà, facendoci vincere così dall`indifferenza.

Ed allora Benedetto XVI ci richiama all`ordine: non dobbiamo essere indifferenti!

Dobbiamo essere sicuri che la fame si combatte e si vince ridefinendo i concetti ed i principi sin qui applicati nelle relazioni internazionali.

Il Papa ci ricorda che “solo in nome della comune appartenenza alla famiglia umana universale si può richiedere ad ogni popolo e quindi ad ogni paese di essere solidale, cioè disposto a farsi carico di responsabilità concrete nel venire incontro alle altrui necessità, per favorire una vera condivisione fondata sull`amore.”

Amore che va di pari passo con la giustizia. Io ti do del mio per aiutarti, ma soprattutto riconosco quello che é tuo e non te lo tolgo arbitrariamente.

E mentre non dobbiamo pensare che i Paesi rurali siano Paesi di serie B, dobbiamo sottrarre le regole del commercio internazionale alla logica del profitto fine a se stesso.

Già nella Caritas in veritate Benedetto XVI ricorda che tra i diritti fondamentali della persona umana vi é quello ad una alimentazione sufficiente, sana e nutriente, come pure all`acqua. Prerogativa fondamentale del diritto alla vita.

Sempre pensando alla persona umana il Papa fa riferimento alla tutela dell`ambiente e al “dovere morale di distinguere nelle azioni umane il bene dal male per riscoprire così i legami di comunione che uniscono la persona ed il creato.”

E alla fine il Papa ci ammonisce: non dobbiamo più accettare opulenza e spreco, ma ricordarci che “solo la conversione del cuore può sorreggere l`impegno per sradicare la miseria, la fame e la povertà in tutte le loro forme.”

Benedetta Buttiglione Salazar

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Coppie omosessuali ed adozione: al centro togliamo i genitori e mettiamo il figlio

La questione dell´adozione da parte di omosessuali, single o in coppia, é tornata recentemente alla ribalta con l´approvazione il 10 novembre 2009 di una sentenza da parte di un tribunale amministrativo francese che consente l´adozione di un bambino da parte di una non più giovane signora lesbica.

Il problema non riguarda solamente i nostri cugini d´Oltralpe, visto che il tribunale francese si é trovato costretto a votare positivamente a causa di un´altra sentenza, questa volta della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, quella che fa capo al Consiglio d´Europa.
Quella che, per intenderci, ha appena proibito di affiggere i crocefissi nelle aule scolastiche.

La bufera non tarderà a scoppiare, l´opinione pubblica si dividerà, se già non si è divisa e fiumi di inchiostro verranno versati per difendere l´una o l´altra posizione: “difendiamo la famiglia tradizionale” o “finalmente giustizia é stata fatta ed anche gay e lesbiche potranno appagare il loro desiderio di paternità e maternità”.

Ma il punto non é questo. Il punto qui non é il desiderio di maternità e paternità di nessuno, il punto qui é il benessere di un bambino, due bambini, milioni di bambini, in Francia, Italia, Europa e nel mondo intero.

Per una volta dovremmo forse smettere di vedere l´adozione dal punto di vista dei potenziali genitori e ricordarci che l´istituzione della pratica adottiva é nata per dare una famiglia a chi sfortunatamente non ce l´ha mai avuta o semplicemente non l´ha più. Cioè al centro togliamo i genitori e mettiamo il figlio.

E qui una riflessione sorge spontanea: chi ha il coraggio di dire che avrebbe preferito avere due madri o due padri piuttosto che uno di ogni genere?
Per quanto bene possiamo volere a nostra madre, per quanto possiamo ammirare ed amare il nostro padre sono sicura che non avremmo mai voluto averli in duplice copia. E non é una battuta: é una chiara, naturale verità.

Un bambino figlio di una ragazza madre crescendo chiederà prima o poi dov´é suo padre e lo farà anche se sua madre non gli ha mai probabilmente parlato di lui. Così come un bambino orfano di madre non tarderà a chiedersi dove sia sparita, anche se non l´ha mai vista nemmeno in foto. É così perché così è l´ordine naturale delle cose, perché così gira il mondo, perché siamo stati creati uomo e donna, padri e madri.

Mi viene difficile credere che un bambino chieda innocentemente dov´é la sua seconda madre e perché lo abbia abbandonato o perché lui abbia un solo padre e non due.

Non c´è niente da fare. Per quanto le lobbying omosessuali insistano per veder riconosciuti quelli che chiamano i loro diritti a sposarsi e ad adottare figli, non riusciranno mai a trasformare le loro unioni in qualcosa di naturale. Di legale sì, di naturale no, mai.

Un figlio viene fuori da una donna e da un uomo, naturalmente, attraverso un atto creatore ed ha diritto a crescere, possibilmente, con coloro che lo hanno messo al mondo. In alternativa ha diritto a crescere in un ambiente il più simile possibile al suo originario.
Ci sono in natura lupacchiotti cresciuti da due lupi maschi? Qualcuno forse sì, ma quanti? Se e quando se ne trovasse uno sicuramente verrebbe pubblicato sul giornale come notizia di colore straordinaria..

Se siamo tutti d´accordo che il benessere del bambino é al centro del dibattito, diventa spontaneo chiedersi perché un orfanello dovrebbe essere adottato da una coppia omosessuale. Ma che ha fatto di male?

Ma perché tutti bambini del mondo hanno diritto a un padre e a una madre e questo poverino no? “A questo due madri”. Ma chi si prende davvero questa responsabilità?
Chi decide che per una bimba di quattro anni sia meglio crescere con due omaccioni barbuti piuttosto che con una madre amorevole e -al limite- un omaccione barbuto marito della madre?

Il tema dell´adozione da parte di omosessuali non é certamente nuovo e diversi studi scientifici sono stati realizzati sull´evoluzione affettiva e psicologica di bambini cresciuti da coppie gay.
É curioso che le associazioni a favore dell´adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso come l´APA (Associazione Psicologica Americana) e l´AAP (Associazione Americana di Pediatria) siano formate da attivisti omosessuali, lesbiche scrittori ed editori di pubblicazioni omosessuali.
Dai pochi studi seri che esistono sul tema emerge che i bambini che crescono con genitori gay hanno uno sviluppo molto diverso da quelli che crescono in famiglie naturali con un padre ed una madre: tra l`altro soffrono molto più spesso di bassa autostima, stress e confusione sull`identità sessuale.

Non dobbiamo scomodare il caro, vecchio Freud per renderci conto che una bambina gioca con le bambole e pasticcia con i trucchi della madre per cercare di imitarla e cominciare così ad assumere coscienza della propria identità femminile. Il bambino osserva suo padre e si chiede se mai sarà grande e forte come lui ed é attratto naturalmente da tutto quello che il padre usa, sia esso il computer o il martello.
Perché, giocando, una figlia si mette le scarpe col tacco della madre ed un figlio gli scarponi del padre? Glielo ha detto qualcuno? No, é l`istinto naturale che si fa avanti.
Sono le identità sessuali che si delineano.
Che identità sessuale si può delineare nella bambina adottata dai due barbuti? Un`identità il più possibile maschile ed un´idea della femminilità come qualcosa da rigettare. Ed ecco che la bambina avrà buone probabilità di diventare omosessuale anche lei.

Ma non solo. Dobbiamo tenere presente che le unioni omosessuali sono spesso molto instabili. Difficilmente i due partners resistono insieme molto a lungo ed il nucleo familiare si sfascia molto velocemente. L´orfanello che proviene da un´esperienza traumatica quale l`abbandono si trova quindi a rivivere un trauma decisamente non necessario.
Vi sono anche altri problemi. Il tasso di violenza domestica é nettamente più alto nelle coppie omosessuali, così come la propensione ai disturbi di ordine psicologico. I gay e le lesbiche presentano un tasso quasi doppio di suicidio tentato o meditato oltre a problemi connessi  con l`abuso di sostanze stupefacenti.
Ecco allora che il bambino adottato -che normalmente presenta già all`inizio particolari esigenze o carenze affettive- si trova nelle mani di una coppia instabile e con problemi ed il suo sfogo naturale sarà la droga, il rifiuto del cibo o gli insuccessi scolastici.

Uno degli argomenti largamente utilizzati da chi sponsorizza le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso é che per un bambino é meglio vivere in una famiglia ancorché con due padri o due madri, piuttosto che rimanere tristemente in un orfanotrofio.
Rassicuriamo con piacere queste persone così sensibili alla sorte degli orfanelli: oggigiorno, a causa della caduta libera del tasso di natalità, i bambini dati in adozione sono diminuiti moltissimo e le coppie normali che desiderano adottare devono cercare il proprio figlio fino ai confini del mondo.
Direi quindi che il rischio della scelta tra famiglia omosessuale o triste orfanotrofio, fortunatamente, non si presenta proprio.

Benedetta Buttiglione Salazar

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